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Leggende - 2 Ott 2018

Echi di leggende del Cilento antico

Esse, custodiscono uno scrigno di saperi e conoscenze ataviche che rischiano di perdersi di fronte all’avanzare della modernità, dove tutto procede ad alta velocità e dimentica i ritmi della lentezza, dell’incedere delle stagioni e della pazienza.

Le tradizioni popolari riaffiorano nelle leggende, nei riti, nelle usanze del lento trascorrere del tempo. Tutto questo costituisce una risorsa importante per la cultura e l’economia di un paese. Ogni popolo ha il dovere pertanto di comprendere il passato per far conoscere le proprie radici alle nuove generazioni. Le leggende, secondo il significato originale di questo termine, raccontano la vita e i miracoli di un santo o la storia di un luogo santo.

Per estensione questi concetti, sono poi stati applicati alla narrazione di avvenimenti straordinari in cui intervengono forze sovrannaturali, situandoli in un contesto temporale e spaziale e ricorrendo spesso a strategie di autentificazione , quale la citazione di testimoni oculari.



Esse, custodiscono uno scrigno di saperi e conoscenze ataviche che rischiano di perdersi di fronte all’avanzare della modernità, dove tutto procede ad alta velocità e dimentica i ritmi della lentezza, dell’incedere delle stagioni e della pazienza.

Ed era di notte, quando il buio si faceva più intenso e il focolare illuminava l’ambiente familiare, che si concretizzava il perfetto scenario narrativo di queste antiche storie.  Soprattutto in alcuni momenti dell’anno che rendevano piacevole e utile attardarsi davanti al focolare – si pensi ad esempio al Natale o alla festa di Ognissanti – questi racconti scandivano il trascorrere del tempo rendendo più interessante l’attesa.

Eccone alcune.

Ad Orria, si racconta, vi fu un tempo nel quale la gente non rispettava il riposo festivo, affaccendata a rendere acora più pingue il già abbondante raccolto che ogni anno ricavava dalla coltivazione a grano di un ampio falsopiano nei pressi del paese. Solo un povero contadino, che possedeva una piccola vigna, non aveva mai trasgredito il comandamento del Signore e perciò lo chiamavano “Guarda-festa”. Un giorno (si avvicinava ormai la festa di S. Felice), una grande tempesta, che venne dal mare, si abbatté sul rigoglioso falsopiano; era appena stata ultimata la mietitura e i covoni giacevano ancora sparsi per i campi.

Tutto fu distrutto e anche la fertile terra spazzata via: solo la vigna di Guarda-festa fu risparmiata. Tutti compresero e in segno di penitenza, coi loro risparmi, dedicarono un anello di diamanti a S. Felice. Ma il raccolto era andato perduto e la gente soffriva la fame. Due giorni prima della festa, un forestiero si presentò in piazza e a tutti distribuiva grano a seconda delle necessità delle famiglie: ma non prendeva denaro. Qualcuno osò domandare chi avesse pagato quel grano e quello rispose che glielo aveva commissionato un uomo di nome Felice, pagandolo con un anello di diamanti.



Certamente singolare è anche il racconto dei Santucci di Ogliastro. In seguito alla soppressione del convento di S. Leonardo nel 1652, fu disposto che gli arredi venissero trasportati in quello di S. Francesco di Lustra, comprese dodici piccole statue di santi che il popolo chiamava appunto “Santucci”. Ma al momento del trasloco, quattro di essi divennero così pesanti che fu impossibile rimuoverli: furono lasciati perciò nella chiesa del convento. Essi da allora si fecero portare in processione solo quando i fedeli li imploravano in caso di siccità o di troppo frequenti piogge, ma solo lungo un tragitto preciso, cioè dal convento alla chiesa madre di S. Croce e viceversa.

A San Mauro Cilento, si racconta che durante la carestia del 1764 i fedeli vollero portare in processione la statua dell’Addolorata, come avevano fatto in altre simili occasioni, dalla vecchia cappella lungo i campi rinsecchiti. Era il lunedì in Albis. Giunti nei pressi della chiesa parrocchiale, venne la pioggia. I portatori, i walàni (bifolchi) che avevano preso l’iniziativa, per non fare bagnare il prezioso manto della Madonna, ripararono nella chiesa, ove la statua restò esposta alla venerazione dei fedeli per l’intera settimana, tanto quanto durò la provvidenziale pioggia. La domenica in Albis, tornato il sereno, la statua venne riportata nella sua cappella. Il rito ancora si rinnova ogni anno con grande concorso di popolo anche dai paesi vicini.

(I racconti sono tratti da Cilento Cultura)

 

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