“In trincea” l’ultimo elaborato di Maria Teresa Chechile

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La sua propagazione, la cui origine risalirebbe – secondo gli esperti – al mese di novembre dello scorso anno all’interno del mercato ittico di Whuan, in Cina, oggi non ha più confini e riguarda ormai tutti i continenti, con punte di diffusione in Cina e in Europa, in particolare nel nostro Paese.

La situazione epidemiologica è preoccupante non solo per gli effetti di una malattia virale contro la quale il nostro organismo non ha anticorpi e che provoca serie conseguenze per la salute dei contagiati, in particolare per soggetti più deboli, con un sistema immunitario già compromesso; ma anche per la condizione di un sistema sanitario che fa fatica a garantire la necessaria assistenza a un numero di pazienti che cresce vertiginosamente col passare delle ore.

Un contesto di questo tipo – chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado, divieti o limitazioni della mobilità, interruzione di molte funzioni giudiziarie, chiusura di luoghi particolarmente a “rischio di socialità” e molto altro – qualcuno probabilmente lo può paragonare a un altro periodo storico molto difficile: il 1943, quando il nostro Paese dovette fronteggiare i bombardamenti della guerra.

Non è un paragone ardito quella tra le due epoche. Oggi, l’emergenza sanitaria, così come fu 77 anni fa durante il conflitto mondiale, sta determinando effetti sconvolgenti che potranno portare a conseguenze altrettanto nefaste sul piano sociale, economico, oltreché naturalmente sulla sicurezza delle persone.  Ed è da queste considerazioni che nasce “In Trincea” , un breve testo scritto da Maria Teresa Chechile, originaria di Atena Lucana (uno dei paesi in “zona rossa”), in questo tragico momento in prima linea come infermiera del Carlo Urbani di Jesi (An).

“Come concittadina e come infermiera – scrive Maria Teresa – in  questi giorni ho scritto una sorta di , una assonanza, similitudine tra le guerre del passato ed al triste momento che stiamo vivendo. Si perché per aspetti sociologici, le analogie ed i travagli del mondo e le condizioni che ogni guerra, di qualunque natura essa sia, ci pone sempre in una condizione umana fatte di fragilità, di paure e di un intravedere e percepire un’umana e comprensibile  speranza : rinascere a nuova vita.”

In Trincea”, l’ho scritto in occasione del compleanno di mio padre – scrive Maria Teresa – che ora non c’è più , questo mi ha permesso di trasferire in questo elaborato una sorta di dialogo che mi ha fatto “rivivere” un altro periodo triste della nostra vita, del nostro caro paese: la guerra.”

“Chissà cosa avresti detto oggi.
Forse avresti ripetuto le stesse parole d’allora, quando ci raccontavi di guerra, di miseria e di sirene che suonavano ad annunciare il coprifuoco. Di nemici che avanzavano, di alleati e di paure e nascondersi ognuno alla meglio, chi nelle grotte o tra gli anfratti o rinchiusi in casa perché arrivavano i bombardieri, le rappresaglie. Tra le razzie, di chi e chi come meglio poteva, raccogliere quel po’ che era concesso per sfuggire alla morte. Oggi come allora la scena è la stessa. Il muoversi delle masse in fretta, assaltare le diligenze dei treni e dei negozi e poi scendere in battaglia armarti di mascherine, guanti e disinfettanti per difendersi dal nemico. Ma questa volta il nemico è invisibile. Non ci abbracciamo per farci coraggio, stringendoci l’uno all’altra ma, sai, ci evitiamo per salvare la pelle. Non ci ritroviamo nei covi comuni ma ci guardiamo senza neanche parlare,, come se il nemico al solo sentirci potesse farci male.
Avresti rivisto oggi quella storia. Si, diversa eppure simile. Avresti concluso che siamo in guerra. Ma sai papà è guerra che non ha fucili e ne’ mimetiche ma siamo armati uguali. L’uniforme bianca ne fa dei generali, dei comandanti o dei soldati semplici. Che’ dai balconi si canta e si balla e si sfida la sorte. È oggi come allora il canto dei popoli. Mi raccontavi di bandiere troneggianti come vessilli e dentro le case a pregare coi lumi sempre accesi. Era allora la guerra dei confini e della supremazia, oggi è la guerra del confinare un virus in gabbia. Traditore e fautore del “vivere è sempre quello “.
Ecco papà cosa c’è di nuovo sotto il sole: nulla di nuovo.”

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