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Accademia della Vrenna - 23 Ottobre 2019

Nel Cilento è il periodo dello “sfrunno”

"Sfrùnno" - Aggettivo singolare maschile del dialetto cilentano traducibile con "senza fronde", "sfrondato".

Letteralmente indica, quindi, un ramo spoglio, una frasca priva di foglie e, anche per questo, incapace di portare frutto. Termine, quindi, che ricorre in un contesto rurale che non poteva ovviamente rimanere privo di una parola che indicasse anche l’evoluzione e il dispiegarsi di un ramo d’albero o di una pianta.

L’aggettivo esprime, però, un’efficacia descrittiva più intensa nella metafora che rappresenti una condizione umana di solitudine in capo a chi vorrebbe intraprendere iniziative che richiedano seguito, adesioni, complicità, compartecipazioni e, quindi, aspiri a porsi come protagonista di un progetto, ma che, alla prova dei fatti, si riveli invece essere solo un velleitario, solitario, e per questo senza possibilità di sostenere e perseguire alcunché del suo disegno.  [sg_popup id=”4671″ event=”inherit”][/sg_popup]

I contesti in cui ci si imbatta in questa parola, potrebbero essere anche di natura politica locale e nazionale. Ad esempio, l’uomo politico che ad un certo punto della sua carriera è ritenuto dall’opinione pubblica come una personalità capace di sostenere le sorti della nazione e perciò in predicato di essere eletto o di essere leader di un partito o di essere nominato capo del governo, col passare del tempo si scopre, invece, completamente solo e che quanti gli avevano promesso il sostegno gli si sono dileguati intorno. Ecco, quello è il contesto in cui l’aspirante leader politico si è trovato “sfrùnno”, ossia solo, ovvero nudo come un ramo malinconicamente spogliato di foglie, sfoltito di un suo seguito, e incapace di generare frutto.

Lo stesso esempio si può ripetere per descrivere contesti politici più strettamente locali. Il sindaco di un paesino che dalle stanze del Municipio osserva un suo oppositore aggirarsi solitario nella piazza del paese, chiama l’ospite accanto a sè gli dice: “Vieni ccà, u vìri a chìro ca gìra annànzi e arrèto, me vòle fà fòre, ma come pòte: ma ‘u vìri cum’è?, è sfrùnno!”, magari pronunciando “sfrùnno” premendo forte sulla “u” e prolungandone leggermente lo strascico vocale.

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