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Accademia della Vrenna - 30 Agosto 2019

Un aggettivo nel dialetto Cilentano

Continua la nostra carrellata fra le parole desuete nel dialetto del Cilento antico.

“Pulìta” – aggettivo del dialetto cilentano, qui al singolare femminile, che nella lingua popolare ascoltata nei paesi e casali del Cilento assume un significato peculiare e diverso rispetto allo stesso vocabolo utilizzato nella lingua italiana dove indica una condizione di igiene materiale e, per estensione, anche una pulizia morale (per inciso, la condizione igienica di pulizia nel dialetto cilentano viene resa con la locuzione “lìnd’e pindo”). 
Nel dialetto cilentano, invece, “pulìta” è aggettivo con cui si indica la donna, specialmente la ragazza o la bambina, che, per tratto di viso, per acconcio di capelli, o per cura di vestito, sia nel complesso portatrice di grazia serena e bellezza cordiale. 

La parola rilascia sfumature e gradazioni verso un significato di bellezza discreta e austera, di grazia equilibrata, modulata secondo un canone abbinato ad innocenza, ad aerea promanazione di virtù e a serafica quiete. L’esser “pulìta” esprime, quindi, una bellezza infantile, assolutamente naturale, semplice, senza trucco o artifizi o ritocchi di sorta, sincera (nel senso più autentico di “sine-cera”), genuina, contemplativa, rassicurante e da proteggere. Reca anche un un pizzico di inconsapevolezza d’esserlo, come inconsapevoli sono, appunto, gli infanti.
Quale modello di riferimento per connotare una bellezza “pulita” la cultura cilentana potrebbe essersi ispirata alle raffigurazioni dei volti di madonne o di sante come visti nei quadri o nelle statue di chiese.
Ricorre in espressioni del tipo: “quant’era pulìta Tresenèlla cu’ chìro tùppo ‘ncapo!”, oppure “sapìssi cum’era pulìta Angiulìna ra criatùra”, oppure “me venètte ra chiànge quànno veriètti a fìglima pulìta pulìta vestùta cu lu sìno u prìmo juòrno re scola”. 

Anche nei canti popolari del Cilento si ritrova “pulìta” con il significato di bella: “Bèlla figlióla, quandu sei pulìta! Te veng’a salutà’, parma r’amór’”, in questi versi raccolti a Valle dell’Angelo (reperiti in rete). 
Si conosce anche una forma vezzeggiativa: “pulitòccia”, adoperata quando nel giudizio estetico si vuol concedere un grado in più di bellezza sull’onda di un tributo di simpatia (al pari di quanto si potrebbe riscontrare con l’uso della parola in lingua “caruccia”). 
Al maschile, poi, “pulìto” assume un significato di un avverbio di modo, specialmente quando usato in forma doppia con senso rafforzativo: “uè Nì, stàtte cujèto, assettàte e fàtti li còmpiti re scola pulìto pulìto”, oppure “me mettiètti re paciènza e me sistemài pulìto pulìto tutte le lèuna inda ‘u vàscio”. In questo caso, al maschile, ha il signficato di “calmo”, “paziente”, “silenzioso”. 
Per quanto riguarda l’origine della parola col suo significato estetico, e sui motivi per cui nel linguaggio cilentano ha assunto un significato diverso da quello della lingua italiana, si potrebbe azzardare una spiegazione socio-economica ricavata dalle descrizioni e dai giudizi estetici che davano i viaggiatori nel giro per il Cilento.

Si tratta di descrizioni, in verità, non lusinghiere. Craufurd Tait Ramage, scozzese in viaggio nel Meridione nell’anno 1828 nel suo taccuino annotava un giudizio diffusamente negativo sulle donne cilentane incontrate nel suo percorso, almeno fino a quando fu costretto a ricredersi quando giunse ad Ascea ospite della famiglia di Teodosio De Dominicis ove rimase abbagliato dalla bellezza e della grazia delle sue figlie. Altrettanto Cosimo De Giorgi nel suo reportage del 1881 sul Cilento riferisce come la condizione di arretratezza, il lavoro nei campi, la fatica immane sostenuta, avessero inciso anche nei tratti estetici delle donne. 
In questo contesto di miseria, di alienazione da lavoro, sarebbe rimasto poco spazio per la cura della persona, specie per la donna. Il contatto quotidiano con la terra comportava portarne le tracce anche sul viso, sul corpo, sui vestiti, almeno per la maggioranza della popolazione che per il 90% era composta da contadini. Le madri, per quanto poterono, salvarono la bellezza dei figli e delle figlie assicurandone l’igiene, la pulizia, almeno nei giorni di festa o della prima comunione. 
Possibile, quindi, che la parola “pulìta” si sia nutrita di questo riscontro in modo da rappresentare un fenomeno che con l’operazione di asportazione della terra dal volto e dai vestiti, e con un semplice ornamento di fiore o con una sistemazione di capelli a treccia, riemergesse il sostrato di bellezza originaria che agli occhi era, invece, rimasto occultato.

 

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