Taralli Cilentani nasprati

0
199

Leggermente più nobile del Tarallo secco, i nonni dicevano che andava mangiato inzuppandolo nell’acqua di mare, poco conosciuto ma in questo periodo Natalizio di gran voga è il Tarallo nasprato.

Ma dove e come nasce il Tarallo o l’etimologia ? Non si sa con certezza – spiegano dal sito taralli.it –  c’è chi dice dal latino “torrère” (abbrustolire), e chi  dal francese “toral” (essiccatoio).

Facendo riferimento alla sua forma rotondeggiante, qualcuno pensa che tarallo derivi invece  dall’italico “tar” (avvolgere), o  dal francese antico “danal”, (pain rond, pane rotondo).
La  tesi più attendibile vuole peraltro che  tarallo discenda dall’etimo greco “daratos”,  “sorta di pane”. Se  non è chiaro da quale etimo nasca  il tarallo, si sa invece dove cresce: sotto un panno che ne favorisce la lievitazione. E soprattutto si sa quando il tarallo si è diffuso, e perché.

Matilde Serao, che tanto ha scritto su  Napoli, e sul tarallo partenopeo, nella sua famosa opera “Il Ventre di Napoli”, descrive i famosi “fondaci”, le zone popolari a ridosso del porto, brulicanti di una popolazione denutrita e di conseguenza famelica. Il Ventre di Napoli era pieno di gente, ma il ventre di quella gente era spaventosamente vuoto.  A riempirlo, dalla fine del 700, ci provavano (e spesso ci riuscivano)  i taralli.

Dove non c’è quasi nulla, nulla si distrugge, e tutto si crea. Così i fornai non si sognavano neppure di buttare via lo ”sfriddo”, cioè i ritagli, della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare.

A questi avanzi di pasta lievitata aggiungevano un po’ di “nzogna” (la sugna: in italiano, lo strutto, il grasso di maiale) e parecchio pepe, e con le loro abili mani riducevano la pasta a due striscioline. Poi le attorcigliavano tra di loro, davano a questa treccia una forma a ciambellina, e via nel forno, insieme al pane.

All’inizio dell’800 il tarallo “’nzogna e pepe” si arricchì di un altro ingrediente che tuttora ne è parte integrante: la mandorla. Non si sa chi l’abbia presentata per primo al tarallo, ma chiunque sia stato, merita  la nostra gratitudine: il sapore della mandorla va infatti a nozze col pepe.

Il tarallo, ennesimo figlio della prolifica creatività partenopea, faceva  del bene a tutti: al fornaio, che utilizzava la pasta di pane rimasta, con poca fatica: e al popolo, che a pochi soldi (dati i bassi costi di produzione) se lo comprava. Il tarallo era una vera benedizione per la borsa, ma pure per il palato (la sugna e il pepe, e in seguito la mandorla, gli danno un sapore eccellente), e per la sopravvivenza: il grasso che contiene è infatti molto calorico.

Ma tornando a quello che è un dolce caratteristico delle feste, come lo preparo:

Ingredienti per l’impasto

  • 500 gr di Farina “00”
  • 5 Uova intere
  • 70 gr di Zucchero
  • 2 Cucchiai di Sambuca o Vermouth
  • 2 Cucchiai di Succo di limone
  • 1/2 bicchiere di olio di Oliva
  • 1 Cucchiaino raso di Lievito per dolci
  • 2 Cucchiai di Latte
  • Un pizzico di sale

Ingredienti per il Naspro

  • 300 gr di zucchero a velo
  • 1 Cucchiaio di succo di Limone
  • Acqua q. b.
  • Diavoletti colorati

Procedimento per l’impasto

In un recipiente lavorate le Uova intere con lo Zucchero, l’olio, il pizzico di Sale, il liquore a piacere, ed il succo di Limone. Aggiungete la Farina ed il lievito sciolto con un po’ di latte tiepido, Impastate energicamente finché l’impasto non sarà liscio ed omogeneo. L’impasto risulterà molto morbido ed appiccicoso, al momento della stesura aiutatevi con un po’ di farina.

Formate i Taralli della grandezza che più vi piace,metteteli in una teglia con carta forno e cuoceteli in forno già caldo a 180°per 25/30 minuti, dovranno essere ben dorati. Lasciateli raffreddare nella stessa teglia.

Ora prepariamo il Naspro con lo zucchero a velo il succo di Limone e Acqua quanta ne assorbe, una volta freddi i Taralli bagnateli nel Naspro, poi rimetteteli nella teglia e spolverate con i Diavoletti prima che il Naspro si asciughi.

Lasciateli qualche ora ad asciugare prima di servirli.

Articolo precedenteIn Cilento non si piange si “uàita”
Articolo successivoCon Angelo Mondello, la pizza unisce il Cilento a Milano con un esplosione di sapori
Gerardo Del Duca
Chef cilentano di nascita,gran parte della mia carriera lavorativa l’ho trascorsa in cilento lavorando presso molte strutture ricettive di medio alto livello,molte sono state le esperienze anche al di fuori del cilento,in italia ed in paesi esteri. Dopo tanto girovagare ho capito che niente per me e’ paragonabile alla nostra cucina tipica cilentana,senza togliere niente a nessuno.da ormai molto tempo mi dedico alla valorizzazione della cucina tipica cilentana,non con il semplice divulgare orale ma con una mia messa in opera concreta,cosa voglio dire:prendo delle vecchie ricette tradizionali e le porto nei menu’ dei ristoranti nei quali presto servizio,do’ nuovo splendore a quei piatti che ci hanno fatto crescere in modo sano,certamente sanno delle ricette rivisitate in chiave moderna per rispettare i tempi odierni.nel mio tempo libero vado in giro in aziende locali di eccellenza a provare i loro prodotti e pubblicizzarne la loro effettiva salubrita’,in questo modo cerco di far capire all’opionione pubblica del mio territorio che per “mangiare sano basta mangiare cilentano” senza allontanarci troppo da casa nostra. Osservando questo concetto mangeremo dei prodotti certamente biologici a metro o ed allo stesso tempo daremo ossigeno alle aziende locali facedo si che possano assumere e crescere dignitosamnete . Mangia sano e vivi meglio,noi siamo quello che mangiamo
0 0 vote
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments