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Accademia della Vrenna - 21 Dicembre 2018

In Cilento non si piange si “uàita”

Nella lingua italiana il "guaìre" indica più propriamente il "verso acuto, breve e lamentoso emesso da animali, e specialmente dal cane quando prova dolore"

“Uaità”, verbo del dialetto cilentano che ha un suo omologo nell’italiano “guaìre” ed è traducibile con “piangere”. Si usa anche nella forma riflessiva (“se uàita”). Come sostantivo derivato si usa nel dialetto “uàito”. Tipiche espressioni: “E come se uaitàva nonna mia quanno ‘u figlio partette ppè’ la uerra”; “se nne facètte uàiti chìro criàmo”.


Nella lingua italiana il “guaìre” indica più propriamente il “verso acuto, breve e lamentoso emesso da animali, e specialmente dal cane quando prova dolore” (da “Garzanti Linguistica”). Proprio per la sua diretta descrizione del lamento del cane, si rileva la chiara origine onomatopeica del verbo “uaità” e del sostantivo “uàito”.

E’ evidente che la parola riproduce il suono stesso del lamento anche dell’uomo. Si può ipotizzare che anche la parola “guaio” abbia la stessa radice che richiama il suono del lamento (“Quivi sospiri, pianti ed alti guai / Risuonavan per l’aere senza stelle”, scrive Dante nell’Inferno).


Nell’uso dialettale cilentano il verbo “uaità” assume una connotazione più ampia ed estesa di dolore, specie quando il pianto ha come soggetto un adulto.

I “uàiti” del bambino o “criàmo” o “criàturo”, di contro, sono una fisiologica descrizione di uno stato frequente di lamento.

Nella cultura cilentana, la parola “uàito”, specie nell’adulto, è la rappresentazione sonora e profonda di una condizione umana di dolore, di pietà e di commiserazione che trovano sfogo in una lacrimazione abbondante che si accompagna alla emissione di un verso acuto e sottile, più o meno prolungato, litanico, con punte singhiozzanti e con accenti convulsi di rigurgiti.


“Uàito” indica, quindi, una reazione scomposta e disarticolata che, nella sua forma più struggente, può anche essere la manifestazione materiale di un lamento rimasto latente, covato ed asciutto e che esplode in un pianto irrefrenabile alla minima evocazione di una persona cara, o defunta o lontana.

“Uàito” era il pianto della vedova sulla tomba del marito in una cultura dove la vedovanza precoce era anche la prospettiva di miseria per il resto della famiglia. In tempo di emigrazione, “uàito” era il lamento della moglie che invocava il ritorno del marito dall’America.

Nella mitografia cilentana, nel racconto degli avvenimenti che deflagravano nelle piccole società di paese, la parola “uàito” era maggiormente associata alla donna, mentre l’uomo pareva elaborare il dolore piuttosto in mutismo.

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