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Accademia della Vrenna - 26 Nov 2018

“Temè”, esclamazione Cilentana

Si usa quando si vuol destare un'attenzione nei confronti dell'interlocutore dinanzi ad un fenomeno fuori dall'ordinario: «tamè come chiove!», «tamè come trèmmula!», «tamè che bbiènto!».

“T e m è”, nel dialetto cilentano (almeno in quello del «Cilento Antico») ricorre questa parola un poco misteriosa specie qualcuno volesse cimentarsi a cercarne un etimo plausibile.

Qui l’abbiamo riportata come «temè», ma si usa anche nella versione «tiemè» o «tamè» (anzi la pronuncia della prima vocale sembra intermedia tra la «a» e la «e», ragion per cui si può scrivere«tæmè»).

Potrebbe tradursi con un «guarda» esortativo o anche imperativo. Si usa quando si vuol destare un’attenzione nei confronti dell’interlocutore dinanzi ad un fenomeno fuori dall’ordinario: «tamè come chiove!», «tamè come trèmmula!», «tamè che bbiènto!». Ma questa traduzione non ne renderebbe appieno il significato più profondo soprattutto se si tiene in mente il suo uso come interiezione o avverbio che si accompagna ad una manifestazione di meraviglia. «Tamè» o «temè» è la parola che d’istinto si pronuncia  dinanzi ad un fenomeno della natura, un fulmine, un tuono, una piena, o anche dinanzi ad un evento improvviso che si impone con una certa forza alla visione dell’uomo. Ovviamente, indica anche atteggiamenti o comportamenti umani: «tamè che cretino!» (e le occasioni per declinarlo in questo senso non mancano mai), o «tamè come corre!», o «tamè che facci re cuorno!».


Il «tamè» o «temè», quando assume il tono dell’interiezione o della esclamazione, è parola che si usa anche quando non vi è un interlocutore che ascolti, e può essere utilizzata in forma assoluta, come se parlassimo con noi stessi, da soli. Dinanzi a quello sprigionarsi di energie nella natura, anche nella solitudine della visione, il «tamè» può pendere dalle labbra in modo istintivo, come un sussurro che nella sua labilità sonora, breve e secca, sembra porre un accento di meraviglia dinanzi ad un fenomeno che si dispiega dinanzi agli occhi e che, almeno in quell’attimo, ci pone quasi nella condizione di non riuscire a dare una spiegazione razionale, e per questo suscitare un timore, una paura.

Il suono stesso della parola sembra richiamare un’origine dal greco antico. Si potrebbe scorgervi il riflesso di quel «thauma», ossia la «meraviglia mista a sgomento» dalla quale Aristotele nella «Metafisica», sulla scia di Parmenide, faceva derivare l’origine stessa della filosofia, la meraviglia verso l’irrazionale e l’inspiegabile che generano nell’uomo lo scatto naturale ed istintivo per cimentarsi in un tentativo di spiegazione. In un certo senso, in questo “tamè» vi sarebbero la radice di una civiltà, una presa d’atto, una visione, una cultura che si pone dinanzi all’universo con i suoi «perché» o con la rassegnazione della inesistenza di una risposta definitiva dinanzi il divenire e lo scorrere dell’esistenza.


Per carità, sono solo ipotesi queste, da verificare. Sarebbe ipotesi suggestiva ritenere il nostro «tamè» come reperto di un lontano «taumazein», che in greco significa «provare meraviglia», o meglio, «provare quella meraviglia che si accompagna allo sgomento».

Tra gli scenari attorno al mistero della parola e al suo etimo, si apre anche l’ipotesi che derivi dal greco «θεαομαι» («theaomai») che significa, appunto, «vedo» e indica, nella forma dell’infinito, il verbo «vedere».

Come in tutte le traduzioni, la traslazione da una lingua all’altra, però, non vi trasporta compiutamente il suo significato con tutte le sue sfaccettature. Il senso del nostro «tamè», ancorato all’origine greca, esalta quella componente di meraviglia o di stupore. Il «tamè», esclamato, istintivo, pronunciato di soprassalto, infatti, indica ciò che assume dignità di uno «spettacolo».

Non a caso da «theaomai» deriva anche la parola greca θέατρον («theatron») che significa proprio «spettacolo», «teatro». Per esteso, e per come è entrato nella lingua popolare, quel «tamè» o «temè», come lo usiamo nella parlata dialettale, nei paesi dell’area del Cilento Antico o nell’area lungo il fiume Alento, o nella Chora di Velia, rivela l’esortazione, mista a meraviglia, a volgere lo sguardo verso un evento, un fatto o fenomeno, una manifestarsi che si presti ad una ribalta, ad una scena, come ad accendere un clic che apra un sipario: «tamè» nel senso di «guarda, ma guarda e temi», o come «guarda e meravìgliati»

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