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martedì 7 Febbraio 2023
Accademia della VrennaNel dialetto del Cilento può anche non definire solo l'animale

Nel dialetto del Cilento può anche non definire solo l’animale

“Zìmmaro”, sostantivo maschile singolare del dialetto cilentano che si riscontra con lo stesso significato anche in altri dialetti meridionali. “Zìmmaro” è il maschio della capra, in italiano “capro” o “caprone”.

Nell’uso traslato il termine passa a indicare una persona poco curata nell’aspetto, spettinato, con capigliatura rada, disordinata o lanosa. Indica anche la persona poco incline a lavarsi, particolarmente puzzolente, tanto da lasciare evidenti tracce nell’olfatto in danno delle persone che per mala avventura gli si approssimino.

Mi fu raccontato del caso di un allevatore che stava adempiendo al governo del bestiame caprino all’interno della stalla che ospitava anche un “zìmmaro” nel periodo della stagione degli amori; uscito dalla stalla si intrattenne a conversare con un commerciante di bestiame il quale percepiva l’effetto del male odore che si era riversato sul suo interlocutore, ignaro – però – che l’effetto si era propagato a sua volta anche su di sé, tanto che al ritorno del commerciante a casa la moglie lo invitava a non avvicinarla e a tenersi a debita distanza per la insopportabilità dell’odore.

Non sono rare, nell’uso parlato, le espressioni del tipo: “puzzi pèggio re nu zìmmaro” che in modo genuino sintetizzano aspetti ed imprevisti del quotidiano.

Il termine “zìmmaro”, per la corpulenza del suono che si accompagna alla pronuncia, si presta anche a colorite espressioni. Un giorno l’imberbe adolescente, col desiderio di atteggiarsi ad adulto facendo sfoggio di un filo di peluria che aveva avuto cura di farsi crescere e penzolare dal mento a mò di improbabile pizzo, passò dinanzi la signora Franca che appena lo vide esclamò spontanea: “mò sì ca me pari u’ zìmmaro re Zi’ Fiore!”.


Per quanto riguarda l’etimo di “zìmmaro”, alcuni lo collocano tra quei termini del dialetto cilentano che derivano dall’arabo al pari di altri termini come, ad esempio, “ammuìna” o “ngarràre” (cfr. “Sulla presenza di arabismi nel dialetto del Cilento” di Alfonso Toscano, sul web in http://www.alfonsotoscano.it/aracil.htm).

Parrebbe, però, attendibile una più netta derivazione dal greco antico “xίμαρος” (xìmaros) che significa precisamente “capro” (come rilevava un articolo dal titolo “Terra nostra” sulla rivista “Arte e morale”, Salerno, anno 1922, n. 1, ripubblicato sul giornale “La Voce del Cilento” nel numero del 15 febbraio 1922).

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