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Accademia della Vrenna - 9 novembre 2018

Un automezzo tutto Cilentano

“Cippappà” – Sostantivo maschile singolare del dialetto cilentano. Non ha un omologo nell’italiano. E’ un neologismo adoperato per indicare uno speciale veicolo agricolo a quattro ruote, alimentato a benzina agricola, nella doppia versione – con cabina o senza – e cassone retrostante.

L’uso e la diffusione di questo termine segnano il definitivo abbandono di un’agricoltura praticata con l’utilizzo dei tradizionali mezzi animali quali l’asino e il mulo. per il trasporto dei prodotti della terra. Tuttavia, per quanto il “cippappà” abbia sostituito l’utilizzo arcaico dei mezzi animali, pare non abbia completamente seppellito i modi, i tempi e le cadenze di una cultura della lentezza.

Lento il contadino faceva ritorno a casa all’imbrunire accanto o in groppa al mulo o all’asino, e lenta rimane ancora l’andatura del moderno conducente di “cippappà” incurante della velocità dell’automobile con la quale deve quotidianamente confrontarsi lungo le strade provinciali. Un confronto che, non di rado, si esplica con forme conflittuali, specie lungo quelle stradine provinciali dell’interno che in molti tratti non sono abbastanza larghe da consentire un sorpasso o che sono tutte un susseguirsi di curve che fanno desistere da qualsiasi azzardo di superamento e inducono a mantenersi quieti nell’attesa di un rettilineo.


Non di rado, il moderno e frettoloso guidatore d’automobile costretto in fila nell’attesa di un sorpasso, è costretto a contemplare da tergo la sagoma tipica del conducente di “cippappà” quale appare dal piccolo oblò della cabina. Nell’immaginario comune del parlante il conducente di “cippappà” è un signore che placido e serafico prosegue per la sua strada con la sua paglietta, mentre sul cassone retrostante ballano o un “sàrcino” o un paio di “cascette” di plastica in uso per la raccolta dell’uva al tempo della vendemmia, alcune ancora con la scritta “Cirio” stampata. Quando si supera un “cippappà” il suo conducente rimane impassibile, né si volta in quell’attimo in cui lo si supera.

Non si tratta, sia chiaro, di indifferenza, ma di una impassibilità dovuta al sovrastante rumore del “cippappà” che non fa avvedere della presenza di veicoli, né della fila di macchine che seguano impazienti.

Da questa “convivenza”, chiamiamola così, tra il “cippappà” rumoroso e lento, proiezione nella modernità del duro lavoro del contadino, e l’automobile, elegante e silenziosa, proiezione invece di una cultura della velocità, nasce un uso del termine “cippappà” come contenente un minimo di dileggio, come se si volesse indicare il “cugino” povero della grande famiglia dei veicoli a motore: “ma come te venètte ‘ncapo re iè a piglià a’ nnammuràta c’ù cippappà re zi Fulùccio .. chi puòzzi !!”.


Per quanto riguarda l’etimo di “cippappà” si può agevolmente azzardare un’origine onomatopeica legata al suo procedere rumoroso e scoppiettante. Non si può escludere che il termine derivi da un singolo che l’abbia utilizzato una prima volta.

Per la sua idoneità ad evocare il rimbrotto del motore, il termine ha potuto attecchire nell’uso popolare anche per la esplosiva e corpulenta pronuncia labiale delle due ultime sillabe con l’accento marcato sulla “a” finale che partorisce una parola-suono che pare la riproduzione informe ed esplosiva di una voce d’infante.

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