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Cultura - 26 ottobre 2018

La morte nella cultura del Cilento

La notte di Ognissanti, è la notte più magica dell’anno, il velo che separa il mondo invisibile da quello visibile si alza , secondo la tradizione Celtica i morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita.

Il sorgere, proprio in questo periodo, delle Pleiadi, le stelle dell’inverno, segna la supremazia della notte sul giorno.

E’ più nota come la festa di Halloween, quella del 31 ottobre a base di zucche di plastica, streghe e vampiri , ai più giovani è stata raccontata come usanza anglosassone ”trapiantata” in Italia, ma è un errore storiografico e culturale che prescinde dal considerare come anche l’uso delle zucche a scopo rituale connesso al culto dei morti, nel periodo che va dal 31 ottobre al 2 novembre, vanti anche in Cilento una tradizione antica.

Reminiscenze folkloriche che sono da leggersi proprio in un contesto di processi culturali forse compiutisi autonomamente nei diversi luoghi e poi esposti a reciproche contaminazioni di esorcizzazione della morte e di propiziazione di un nuovo ciclo vitale della natura in un periodo dell’anno, quale quello fra ottobre e novembre,  in cui netta è la percezione del prevalere del buio sulla luce e in cui i semi delle piante affrontano, nell’oscurità della terra, il lungo ”sonno” invernale.

Un momento in cui, come si crede a livello popolare, la parete invisibile che separa il mondo dei vivi da quello dei morti si assottiglia fino a scomparire del tutto, consentendo alle anime degli avi di tornare nei loro luoghi di origine. E sono tante le leggende che accomunano vari centri del Cilento in questa notte, molto conosciuta una narrazione tradizionale di Teggiano; qui si racconta che nella notte fra il 30 e 31 Ottobre di ogni anno , allo scoccare della mezzanotte , è possibile notare per le stradine interne del centro storico “le carrare”, la processione dei defunti che tornati dall’aldilà, eseguono una marcia attraversando i vicoli, pregando, cantando e lamentandosi. Scrivevo delle zucche intagliate, anche se oggi il materiale usato è praticamente diverso; io le chiamavo – “a cap rè muorto”, una vera e propria zucca, coltivata nel proprio orto che scolpita, appunto, a forma di teschio stilizzato, dava loro un aspetto insieme grottesco e rassicurante.

Il periodo, però, era diverso; esse venivano adagiate, nella notte fra Ognissanti e la commemorazione dei Defunti,  sull’uscio o su di una finestra, e con il primo calar delle tenebre, posto al l’interno, un lumino o una candela accesi.

La luce, faro di quella “oscura” giornata, allestita ad indicare ai propri trapassati, la strada da seguire per far ritorno sulla terra, o abbagliante pronta a scacciare gli “spiriti vendicativi”, considerati molesti e pericolosi.

Spesso, ricordo, che “ i cap’è muorto” – venivano lasciate di notte ai bordi dei campi o sui muretti,  si diceva che servissero anche a spaventare le streghe e gli spiriti malvagi, ma il più delle volte a esserne terrorizzati erano gli stessi viandanti che passavano di lì! Dopo la festività le zucche venivano distrutte per simboleggiare la cacciata delle forze inquietanti che avevano scacciato.

Quella notte, resta certamente uno dei pochi giorni in cui parlare di morte, defunti e aldilà non ci spaventa né ci turba, anzi diventa quasi un gioco. Nella tradizione popolare Cilentana, i riti di commemorazione hanno assunto significati e finalità simili: accogliere, confortare, placare le anime degli avi defunti. Se è vero che oggi il culto popolare commemora i defunti attraverso il suffragio e la preghiera, è vero anche che molte delle antiche usanze vivono ancora.

Ecco una breve quanto esaustiva ricerca descritta dai Professori Emilio ed Amedeo La Greca su Cilento Cultura, sul culto dei morti che è da sempre elemento principale di tutte le culture sacre subalterne popolari e presente in molti aspetti folkloristici tradizionali, ancora attuali; la morte che, con il suo rituale, fa parte di quella cultura che non dovrebbe essere dimenticata e che ogni tanto i nostri nonni continuano a raccontarci.

Come un gioco di tanto tempo fa: un bambino con la mano aperta, palmo rivolto in giù, cercava di afferrare l’indice della mano dei compagni; era il “Gioco della Morte”.

Queste le parole pronunciate:



” A la lampa, a la lampa, chi mòre e chi campa. A la Nacca, a la Nacca, male a chi nci ancàppo!”

Nel gioco bastava un po’ di agilità per non cadere nelle grinfie della Morte.

La Signora vestita di nero, che dalla fantasia popolare era raffigurata con la falce in mano,mieteva impietosamente le sue vittime :

” Quanno la morte jìa camminanno.  Cu na ronga mmano jìa rongannno: le scuntào nu giovane cu tanto valore: Giovane mio cu mico ha rà venì!”  giovane tristo e scunsulato: “cara morte, làssame in pace! Tengo ruie belle frati, pigliatìnne a uno e lassa a mi.  Ancora tengo ruie belli figli, pigliatìnne a uno e lassa a mi!”  La Morte rispose: ” nù boglio nì tu figli, nì tu frati, a ti, ca a lu libbro mio stati”.  Lu giovane risse: “n’auta tòrre io me fazzo fari, ra tanta ‘uardie me fazzo ‘uardare”.  La Morte le responne: “io me fecco pè sotto la lèsena ra porta, te rào ncapo e te fazzo morto”. E accussì fune, ncapo a tre juorni giovane carètte malato: jètte la Morte e s’assettào a lu lato”.

Il periodo di sofferenza di queste anime, la loro permanenza nel Purgatorio, “fare ‘u priatorio”, poteva essere abbreviato dalle preghiere dei congiunti in terra e dalle offerte  o elemosina che si usava a quei “pitocchi” (mendicanti) che chiedevano “per le anime ru Priatorio”,  andando poi recitando casa per casa, accompagnati spesso da un fanciullo col paniere, il “Verbum Caro”.

Ma le preghiere e le lacrime per lo scomparso iniziavano già al momento del distacco e raggiungevano il massimo nelle grida e negli strepiti dei parenti e delle “prefiche“. A lume di candela a olio, messe ai piedi del letto, i parenti, in una specie di nenia rituale, cantavano le gloria, le lodi al morto: dove si fondevano dolore per la scomparsa e imprecazione contro la Morte:

“Ahi! Tata, tata mia, pecchè te ni si juto? Tu jèri la colonna ra la casa”.

(Coro) “O Peppenièllo, tu colonna re la casa!” “Ahi! Morte, Morte crurèle,

la casa nostra tu hai ruinàto!” – (Coro) “O Peppenièllo, tu colonna re la casa!”

Una parente continuava a raccontare i fatti che meglio rispecchiavano la bontà d’animo dello scomparso ed i presenti facevano il coro. Il paese intero si recava a fare “visita”  al morto, ognuno che arrivava chiedeva notizie sulla malattia perché nessuno credeva che potesse morire a “chera età”, “accussì giovane”, o  “se mantenìa accussì buono” (se era meno giovane); e poi “che brav’òmo” o “che brava femmena”, “ ma ‘u signore si piglia sempe i megli e lassa l’erva malamente, e poi “noi mortali ha ma fà a vuluntà re Dio, perché a stu munno simo tutti passeggieri”  Infine si lodava la bontà dello scomparso e le azioni buone che aveva ricevuto, mentre tutti i presenti intervenivano a confermare la veridicità delle affermazioni e incominciavano a parlare dei propri defunti, del figlio, della moglie o del marito morti .



Poi, se il defunto apparteneva ad una confraternita o se i parenti lo desideravano, i confratelli, vestiti con le tipiche tuniche e con il cappuccio che copriva il viso, insieme al prete andavano  a prendere la salma del “cumbrato” per portarla in chiesa e poi al cimitero. Nel percorso c’era il timore degli astanti e dei parenti tutti che la bara potesse cadere a terra ed intonavano:

“Chiano, chiano pe sti scale nù faciti  carè a Tata, O Tata, Tata mia, te vulìa tène pè consiglio!” Ai poveri mortali non restava altro che accettare la propria sorte e cercare di “essere pronti” quando arrivava la Signora “santa e justa”: era necessario morire senza peccato mortale “pe nù fà na mala morte”.

Ed ogni sera, prima di addormentarsi, si doveva invocare la protezione dei Santi :

“A capu a lu liettu meu, nci staje Signori Deu. A lu latu nci staje la Nunziata. A li pieri nci staje l’Angelu Gabriele.A la porta nci staje la virgine Maria. Aiutatimi st’anima mia, finu a lu punta re la morti mia”.

Infatti la fede in cristo aveva dato ai credenti la forza di accettare la morte e di aspettare l’eternità se non con gioia, almeno con rassegnazione: come possiamo notare in questo strano modo di salutarsi al momento della partenza :

“se nun ci virimo cca, nci virimo in Eternità”.

Ciò nonostante restava nell’animo popolare il ricordo della credenza pagana, dei Morti che risuscitavano tre volte l’anno. Perciò carnevale, personificazione della festa omonima, nella fantasia contadina moriva e tornava a nascere :

“Carnavaru, picchè sì morto,la nzalata l’avivi a l’uortu.Carnavaru ha rà murì, e l’anno chi vène tuorni a binì”.

Secondo la credenza popolare, il giorno dei morti scendevano in bianco drappello le ombre dei defunti nelle case degli uomini, dove al ricordo di esse, si piangeva e si pregava: raccoglievano le lacrime e le preghiere per portarle a Dio. Peregrinavano sulla terra, sotto forma di farfalle, fino all’epifania, poi ritornavano in cielo. Perciò il detto popolare diceva:

“Tutti li Pasche jèssero e benèssero,ma Pasca e Befana nun benèsse mai” (Coro delle anime) Ricurrìmo a Giesù binigno e pio, patrone ri lu munno e l’universo. Pi nuie s’incarnào lu nostru Dio Pi quanno lu Patatèrno fu cuncièsso: n’avìssi offeso a Dio ‘n vita e ‘n morte! Lu bene ca vuie facete a mamme e patri vi lu rènne dio, lu Terno Patri. Na vuci ra cca sento chiamàri: mi pari na matri, ri chella finita, ricènno:

Nu patre: A munno mio ho sempre fatìato pe macquistà la rròba ‘n casa mia. Tutt’a na vòta tutto aggio lassàto, cu sango e cu suròre, o figlia mia. Ma io nù me lu crirìa re murari, mò sta pena mia tu sta ssentìri. Ti li voglio fa sènte a poco a poco li pene ca se pate into stu fòco. S’avissi offeso Dio ‘n vita e ‘n morte, ròce lu sango pi li miei piccati. O cara moglie mia, o tanto amata, coraggio a colonna ri la testa mia; chiro juorno ca jèmmo a spusàri cu la mano retta ni rèmmo la fère.  Ni rèmmo la fère e fummo spusàti, cu li parole ni giurammo ‘terna fère. E mò ca a cheste pène me so truvàto, m’aviti moglie e figlia abbandonato.Na sòre:

Ero viva e mòa so morta,ri li rrobbe meie ti ni uòri lu frutto.Me trovo mbriatòrio, che cumbuòrto,mi arde e brucia e mi cunzùmo tutta.Si Dio nù me raje còcche combuòrtor’amici e pariènti abbandonata ra tutti.Chiango, misera me, ca so dolente:nù tengo n’amici, ni sòre, ni patri, ni pariènti!

Nu cumbàri e na cummàri :

L’affètto ri li sangiuànni vi l’avite scurdàto;tanno cheste pène li crirìte,quanno cummàri e cumbàri l’assaggiate.

Nu mercante:

Rivòta gente jèro a la fèra pi loro camino,into a nu vosco si ritruvàro;assèro nu latruncièllo e nu malandrino;e l’aneme ri lu Priatòrio assèro nnantia liberar la vita e le lor caprìne.Chèsto rico a buie, rivòta gente, facete bene a l’anime purganti.

(Coro delle anime):



Che nce acculpàmo nuie, poveri muorti,c’hama esse ra li vivi jastimàti?Chesto ricìmo a buie, rivòta gente,li poveri muorti nù li ghiastemàte!Ca chi jastìma l’anema ri li muorti,Dio lu scrive pi nu gran piccato:ca cù gran dulùri nù sanào lu pianto!Chi lu rice e chi lu sente, sempe rifrìschi tutte l’aneme ri lu Priatòrio!

Intanto la campana del villaggio, che aveva già annunciato la morte, avvertiva la popolazione che il defunto veniva portato in chiesa per avere l’estrema benedizione: due rintocchi brevi ed uno lungo se il morto era uomo; un rintocco breve e due lunghi se era una donna; se ai tre rintocchi seguiva la “sunàta a gloria” il morto era un fanciullo.

I parenti dello scomparso dovevano, in segno di dolore, portare il lutto, identificato per gli uomini,  dapprima con un vestito nero per i primi sei mesi poi con un bottoncino sul lato destro di colore nero o la fascia al braccio destro. La donna, invece,  doveva andare vestita di nero e, se le era morto il marito, portare il fazzoletto nero in testa. Il lutto era completo per la morte dei genitori, del marito e del fratello e doveva durare un anno.

Invece era ammesso il mezzo lutto per la morte del nonno o dello zio e durava sei mesi; per il cugino durava solo tre mesi.

Durante il lutto completo che durava una settimana, tutti dovevano restare in casa con le imposte chiuse ed evitare di gridare o di parlare ad alta voce e con l’avvento di radio e Tv, guai ad usarle durante questo periodo.

L’immagine della persona affranta dal dolore era ricollegata alla raffigurazione dell’Addolorata, una icòna della Madonna tutta vestita in nero, al cui altare andavano a pregare le vedove e mamme orfane di un figlio. Questo cordoglio era espresso nei pianti della Madonna che rappresentavano l’espressione più alta del dolore umano, ed è ricollegato alla rievocazione della Passione del Cristo. Ma in una dimensione umana e terrena, dove la Madonna rappresenta l’immagine della madre addolorata che piange la scomparsa del figlio, simile ad un’antica lamentatrice pagana.

Non esiste infatti nei “pianti” la speranza della Resurrezione, ma solo la visione della Morte vista con occhio “medievale” e racchiudono una gestualità simile all’antico “lamento” pagano

Nella pietà popolare non si poteva concepire una dannazione eterna, ma la coscienza dei propri peccati rendeva molto viva l’immagine del Purgatorio dove le anime giacciono dimenticate anche da parte dei familiari.

In questo bellissimo pianto, la pietà popolare ha creato un immagine pietosa, ma realistica delle anime del Purgatorio.  Il “pianto” si apre con il “coro” delle anime, prosegue presentando come su una scena alcuni personaggi, quelli più vicini alla realtà quotidiana; per chiudersi poi con un altro coro delle anime che invitano i vivi a non bestemmiare i morti, ch’è un peccato scritto nel “libro di Dio”.

La rievocazione della fine del mondo veniva fatta con questa ritualità che costituiva la preghiera per le anime dei defunti.

Un’antica leggenda Cilentana narra che la notte di San Giovanni, tra il 13 e il 24 giugno, una trave di fuoco attraversi il cielo, come segno premonitore della fine del mondo descritta dall’apostolo nell’Apocalisse.

La sera i bambini, prima di andare a letto, mettevano un bianco d’uovo e dell’acqua in un bicchiere fuori dalla finestra: al mattino correvano a controllarlo e lo portavano alla persona più anziana della famiglia perché “leggesse” il disegno che l’albume aveva formato: una barca era segno di una partenza; un coltello era segno di morte; una bottiglia, di felicità; una casa, di lunga vita; un uovo annunciava una prossima maternità in famiglia.

I versi che seguono, riprendono il brano del Vangelo di San Giovanni che comincia così: “Verbum, caro factum est…” dove è concentrato il mistero della parola di Dio fattosi carne nella persona di Gesù.

La profonda teologia contenuta in essi, diventa oggetto di questo rito dove tra un misto di formule magiche, scongiuri e invocazioni, si invoca il perdono dei peccati e si rievoca la fine del mondo ed il Giudizio Universale. Emerge fra l’altro l’antica concezione della croce quale “axis mundi” cioè anello di congiunzione tra il cielo e laterra “stinnìa nu vrazzo ncielo e n’auto nterra…”.

Questo carma è conosciuto comunemente in tutti i borghi del Cilento col titolo di ” U Verbumcàro” ; la sua assidua recitazione viene ritenuta condizione essenziale per la salvezza eterna:

Verbu saccio e Verbu voglio rici, Verbu ri Dio e ri Nostru Signori chi ra cielo interra scinnìsti, into lu ventri di Maria ripusàsti;

stisti nove misi e po’ nascisti, virginella cum’era la lassàati. Trentatré anni pi lu munnnno isti, sempe la Santa Fère prerecàsti:

pirdònami, Gièsu Cristo, ca io so tristo, cume lu Gran Latrone pirdunàsti.

Gièsu Cristo la croce purtava, come a nu misero pizzente piccatore. Chera croce era fina, àuta e bella: stinnìa nu vrazzo ncielo e n’àuto nterra.

Trentatré anni ch’era stata fatta, into a la valle re la Giosafatta; trentatré anni ch’era stata scritta, into a la valle ri la Chiesa ricca.

Li trumbètte sonarànno, tutte l’anime tremarànno, cume a foglie ri camilla cume trema la fronna ri lustra accussì trema lu nostro fustu;

cume trema la fronna ri l’albero, accussì trema la nostra anima.

San Giuanni s’affacciào,  cu nu libro r’oro mmàno: ” O Maestro, o Maestro, pirdona li piccatùri!” “O Giuanni, o Giuanni, cume li bboglio pirdunàri?

So picculi e so grandi, chi giura e chi m’ingiùra; chi jastìma ‘ù noma mio nòve vòte a l’ora!”.

Si trova affacciànno la Matri ri Dio: ” O piccatùri, o piccatrìci, chi sape lu Verbo re Dio ca si lu rici

e chi no, ca si lu fa mbaràri, nci mètte n’anno o na quarantàna!.

Chi se lu rice tre bòte a matìna, si ni vaje a la grazia re Dio.

Chi se lu rice tre bòte a lu juorno, nù pòte murare senza privati attorno.

Chi se lu rice tre bòte a la sera, nù po’ murari mai senza lume re cannula.

Chi se lu rice tre bòte a la notte, nù pòte murari mai re mala morte.

Chi se lu rice tre bòte ‘n chiesia sacràta, l’anema ra li pène ri lu mbièrno è liberàta!”.

Ma anche l’amore poteva essere collegata al tema morte, cioè alla morte causata da un amore non corrisposto.  La nostalgia di un tempo meraviglioso trascorso nell’attesa del “si” della donna amata. In un misto di pianto e di piètà per se stesso e per tutti gli “afflitti d’Amore”, l’uomo sembra acquistare la sapienza dopo la morte!

Tu ca passi ra cca, ferma nu poco: mò ca so morto nun avè paura!

Sento la fiamma re l’ardente fòco, so morto e tramontato re sicuro!

Pè te io me ritrovo ‘n chesto lòco; pè te io me ritrovo ‘n sepoltura!

Chesto nce lasso ritto ‘n chesto lòco: “Chi ama ronna, ha morte sicura!”.

 

Fonte: Ricerche di –  Prof. Emilio La Greca – Prof. Amedeo La Greca (Cilento-Cultura Centro promozione culturale del Cilento – Acciaroli 1992)

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