Negli ultimi anni, il fenomeno dei danni causati dai cinghiali ha assunto una dimensione sociale allarmante, ampliandosi ben oltre i confini dell’agricoltura per toccare la vivibilità delle aree rurali, l’industria turistica e, non da ultimo, la sicurezza delle persone. Malgrado il cinghiale possa apparire come un animale simpatico o anche buffo nella narrativa popolare — basti pensare a Pumbaa nel “Re Leone” o ai cinghiali cacciati da Asterix e Obelix — la verità è che la sua presenza sul nostro territorio sta diventando un problema sempre più serio e complesso. Senza dubbio, la classe politica, sia essa nazionale che regionale o locale, riveste un ruolo cruciale in questo contesto. Affermare che essa sia irresponsabile sarebbe persino un eufemismo; la verità è che molti rappresentanti sembrano mossi più da interessi personali o da lobby potenti che da un reale desiderio di tutelare il bene comune. In un sistema in cui le minacce (giudiziarie o altrimenti) sembrano mobilitare i politici a favore di leggi che tutelano gli interessi di pochi, risulta evidente come la casta si dimostri impotente o, peggio ancora, indifferente nei confronti di questioni sociali devastanti, come appunto l’espansione incontrollata della fauna selvatica. Il caso della Legge Quadro Nazionale 157 del ’92 sulla protezione della fauna è emblematico di questa situazione. Nata in un’epoca in cui le preoccupazioni ambientali avevano ancora carattere pionieristico, questa legge non ha saputo adattarsi alle mutate circostanze ecologiche ed economiche degli ultimi decenni. Oggi, mentre le foreste tropicali scompaiono a ritmi allarmanti, nel nostro Parco Nazionale del Cilento, i cinghiali hanno trovato un habitat ideale per prosperare, schiacciando gli ultimi avamposti di civiltà nelle aree più periferiche. Le ragioni di questa proliferazione sono da ricercarsi in una combinazione di fattori, tra cui il cambio di utilizzo del suolo, l’aumento delle aree boschive e l’assenza di politiche di gestione sostenibili. La fuga dei giovani dalle aree interne, facilitata da politiche miopi, contribuisce a creare un circolo vizioso. Un paese composto prevalentemente da anziani è più facile da controllare, e questo non può che alimentare ulteriormente la stagnazione. Eppure, in un contesto di abbandono e impoverimento delle zone rurali, la domanda di una nuova agricoltura e di stili di vita sostenibili diventa sempre più forte. Un ritorno alla terra, sostenuto da modelli di produzione locali e solidali, potrebbe rappresentare una risposta efficace contro questo stato di cose.
Contrariamente alle utopie metropolitane, che promettono soluzioni futuristiche attraverso grattacieli verdi e agricoltura verticale, le vere risposte si trovano nelle nostre campagne. Qui, un immenso patrimonio edilizio, spesso dimenticato, potrebbe essere valorizzato per il turismo e per la residenza permanente. Tuttavia, non basta restaurare le case e i borghi se le comunità rimangono assediate dalla natura selvaggia. Una vera sostenibilità richiede un equilibrio tra l’uomo e l’ambiente, un intorno vitale fatto di orti, giardini e frutteti, in grado di garantire sicurezza e autonomia alimentare. Non possiamo più ignorare il fatto che la presenza dei cinghiali, sebbene non demonizzabile in sé, rappresenta una minaccia concreta per la nostra qualità di vita. Questi animali, opportunisti e ben adattati all’ambiente urbano e suburbano, possono essere fonte di danni ingenti, non solo alle coltivazioni, ma anche alla sicurezza delle persone. La diffusione di malattie zoonotiche, infatti, è uno degli aspetti più preoccupanti legati all’aumento della loro popolazione; una questione che non può essere sottovalutata, considerando i rischi per la salute pubblica. La risposta a questo problema non può prescindere da un’azione coordinata e responsabile da parte della classe politica, che deve riaffermare il proprio ruolo di mediatrice tra gli interessi della popolazione e le necessità ecologiche. È fondamentale avviare politiche di gestione faunistica che non si limitino a garantire la protezione della fauna, ma che considerino anche le esigenze e la sicurezza delle comunità. Solo così potremo affrontare in modo efficace la minaccia rappresentata dai cinghiali e quesiti sociali emergenti.
Che fare?
Oggi serve un movimento di opinione “antiambientalista” (contro l’ideologia ambientalista beninteso, in quanto puntello del sistema di potere e dannosa anche ai fini della salvaguardia della salute degli ecosistemi). Oggi servirebbero leggi per la “Protezione dell’uomo” perché è l’uomo la specie da proteggere sulle colline e montagne italiane. Gli equilibri ambientali complessivi si difendono meglio ripopolando lo spazio rurale e controllando specie animali che sono tornate ad essere nocive (non sono nocive in sé, beninteso, ma in un determinato contesto storico, sociale, territoriale). L’attuale non classe politica pensa solo a riempirsi le tasche e alle prossime elezioni e non ha alcuna responsabilità per il territorio e per le generazioni future. Non fa notizia se le aziende agricole falliscono e se i villaggi si spopolano. Ma il mancato controllo dei cinghiali, di fronte all’ampia documentazione dei danni provocati e alla loro denuncia pubblica, diventa comportamento colposo e colpevole, lesivo di diritti fondamentali e facendo leva su questo aspetto legale politici e istituzioni vanno incalzati con diffide e denuncie (come la titolare dell’agriturismo senese, ma anche in forma di class action)Nel mentre vanno costititi dei comitati per l’eradicazione dei cinghiali, e va promossso un movimento di opinione che diffonda la consapevolezza della nuova importanza della dimensione rurale e della necessità di superare l’ambientalismo. Le risposte date da autorità e associazioni di vario genere sono molteplice, dalla caccia classica a quella di selezione (ovvero l’abbattimento programmato volto a controllare il numero di esemplari di determinate specie), fino alle recinzioni per proteggere i terreni dei coltivatori. Purtroppo non sempre si tratta di soluzioni adeguatamente efficaci perché non vedono l’impegno costantemente condiviso delle realtà inerenti caccia, agricoltura e ambiente. Le limitazioni all’attività venatoria per periodi e aree sono spesso troppo restrittive per esercitare una gestione realmente utile al controllo numerico dell’animale (senza contare la contrapposizione animalista troppo spesso ideologica). Il sele-controllore da parte sua gode di maggior libertà di azione, ma i piani di abbattimento regionali (che seguono sempre le linee guida dell’ISPRA) si stanno rivelando al momento inadeguati a coprire le necessità ambientali ed economiche. L’installazione delle recinzioni rappresenta invece un costo spesso insostenibile per buona parte degli agricoltori, che non riescono in tal modo a evitare di subire danni ai propri terreni e, quindi, al proprio sostentamento economico.
Per capire cosa lo stato italiano enuncia a riguardo in materia legislativa, è necessario prendere anzitutto in esame l’articolo 26 della Legge n.157 del 11 febbraio 1992, il quale stabilisce quanto segue: “Per far fronte ai danni non altrimenti risarcibili arrecati alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni coltivati e a pascolo della fauna selvatica, in particolare da quella protetta, e dall’attività venatoria, è costituito a cura di ogni regione un fondo destinato alla prevenzione e ai risarcimenti, al quale affluisce anche una percentuale dei proventi di cui all’articolo 23. Le regioni provvedono, con apposite disposizioni, a regolare il funzionamento del fondo di cui al comma 1, prevedendo per la relativa gestione un comitato in cui siano presenti rappresentanti di strutture provinciali delle organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative a livello nazionale e rappresentanti delle associazioni venatorie nazionali riconosciute maggiormente rappresentative. Il proprietario o il conduttore del fondo è tenuto a denunciare tempestivamente i danni al comitato di cui al comma 2, che procede entro trenta giorni alle relative verifiche anche mediante sopralluogo e ispezioni e nei centottanta giorni successivi alla liquidazione. Per le domande di prevenzione dei danni, il termine entro cui il procedimento deve concludersi è direttamente disposto con norma regionale”. Senza fare una sintesi eccessivamente riduttiva della suddetta legge si evincono due fatti: Primo: Non si menziona in maniera incontrovertibile che il risarcimento debba essere integrale rispetto al danno subito – Secondo: Il fondo che ogni regione crea e gestisce autonomamente è limitato a discrezione dell’ente e potrebbe in ogni caso non far fronte a tutte le richieste occorse in un anno La risposta alla domanda su chi dovrebbe pagare i danni dei cinghiali è abbastanza chiara in quanto la fauna selvatica è considerata dalla legge come patrimonio indisponibile dello stato, di cui quindi è responsabile. Il problema è che sussisterebbe la possibilità di non ricevere un risarcimento congruo al danno.
Una particolare disamina richiede l’articolo 10 della medesima legge, in cui viene disposto che “ai fini della pianificazione generale del territorio agro-silvo-pastorale le province predispongono, articolandoli per comprensori omogenei, piani faunistico-venatori” che comprendono anche “i criteri per la determinazione del risarcimento in favore dei conduttori dei fondi rustici per i danni arrecati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e alle opere approntate su fondi vincolati” (dove per vincolati si intende oasi, zone di ripopolamento e centri di riproduzione). L’emergenza più imponente e urgente relativa ai danni causati dai cinghiali riguarda senza dubbio gli agricoltori. Date l’efficacia non sufficiente dei piani faunistico-venatori, gli stessi operatori del settore agricolo rivedrebbero per primi e molto volentieri gli strumenti di prevenzione e tutela, rimuovendo o “alleggerendo” i vincoli all’attività di caccia. I benefici sarebbero evidenti poichè verrebbero contenuti i danni causati dalla fauna in generale e ne risentirebbe in positivo anche l’ecosistema, favorendo ulteriormente il territorio in cui operano gli agricoltori. Eviterebbero soprattutto infine il percorso burocratico relativo al calcolo dei danni subiti e il conseguente rimborso (con annessa “preghiera” alla regione di residenza). Secondo un’indagine dell’Eurispes presentato nel 2007, l’ultima considerata utile dalla Coldiretti, i danni da fauna selvatica su scala nazionale erano stimati intorno ai 70 milioni di euro, cifre che attualmente potrebbero risultare più alte visto l’innalzamento della popolazione di cinghiali nel Paese. E la causa maggiore viene proprio dai cinghiali. Le province in linea teorica dovrebbero provvedere a dei censimenti annuali allo scopo di indire i singoli piani di abbattimento o per indicare i limiti periodici nella stagione venatoria, ma i risultati non sono purtroppo attendibili o vicini alla realtà quanto sarebbe necessario.
Unitamente alle varie criticità normative e gestionali relative a caccia e gestione faunistica, si aggiungono quelle relative al risarcimento, visto che permangono notevoli dubbi di carattere legislativo riguardanti principalmente le modalità di richiesta del danno e il tipo di responsabilità. Questioni prettamente giuridiche di cui agli agricoltori interessa solo un aspetto: alla fine chi paga i danni dei cinghiali? La risposta è la Pubblica Amministrazione (regione o provincia non fa differenza, sperate solo che il fondo sia congruo), come sottolineato nel documento Coldiretti Area Ambiente – Territorio del gennaio 2000: “(…) ciascuno ha il diritto di vedere garantita la reintegrazione della perdita economica sofferta; pertanto il pregiudizio all’integrità del patrimonio impegna la responsabilità della Pubblica Amministrazione, per il solo fatto di non aver potuto prevedere il fatto”. Se la questione su chi paga i danni dei cinghiali ha risposta soprattutto (per ragioni statistiche) in situazioni riguardanti il settore dell’agricoltura, non è però raro il caso di incidenti (soprattutto lungo l’Appennino) che vedono coinvolti automezzi e ungulati (fra i quali i cinghiali rappresentano ancora una volta la causa principale). L’auto potrebbe aver investito l’animale danneggiandosi, oppure aver colpito il guardrail per evitarlo, o ancora essersi danneggiata in molteplici altre maniere avendo perso il controllo.
In tutti questi casi il conducente si può riservare il diritto per “responsabilità oggettiva” di chiedere un risarcimento all’ente proprietario del tratto stradale, che può essere il comune, la provincia o la regione (più difficile l’autostrada che è sempre protetta da barriere), dimostrando con fatti e documenti quanto avvenuto: in tal senso chiamare la Polizia per fargli stilare il verbale è un’ottima idea.
Ovviamente si perde il diritto in caso di palese mancanza dal punto di vista del codice stradale (eccesso di velocità, ecc), come avviene in qualsiasi altro tipo di sinistro che vede coinvolti più autovetture.
Ciò che è in gioco non è solo la lotta contro i danni causati dai cinghiali, ma la salvaguardia di un intero ecosistema sociale e culturale che sta collassando. È giunto il momento di passare dall’indifferenza all’azione; un’azione determinata che possa restituire dignità alle aree rurali, offrendo a giovani e famiglie l’opportunità di rivivere il nostro patrimonio naturale e culturale in modo sostenibile. Non possiamo più permettere che l’inerzia e l’ignoranza prevalgano su una seria pianificazione che guardi al futuro, un futuro in cui agricoltura, turismo e qualità della vita possano convivere in armonia. Perché la vera sfida non consiste semplicemente nell’arginare la proliferazione dei cinghiali, ma nel ridare speranza a un’intera società, affinché possa riscoprire il valore delle proprie radici e del proprio territorio.

