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Accademia della Vrenna - 4 settembre 2018

Il Cilentano si “ndendulìa”

Scopriamo il significato di questo termine in uso nel dialetto del Cilento

Participio passato del verbo dialettale cilentano “‘ndendulià”. In lingua italiana il verbo che si avvicina di più al suo significato potrebbe essere “scuotere” o anche “dondolare”. Come capita spesso, però, con la traduzione si tralascerebbero più pregnanti sfumature di “logos” rinvenibili nell’uso parlato.


“Ndendulià” contiene l’azione di chi aspiri ad una concessione, un beneficio, una utilità, una liberalità, un favore, da parte di qualcuno, un contraente o benefattore che sia, ma che richieda, però, una preventiva e costante azione di seduzione, di corteggiamento, di attenzione, nella consapevolezza che quel qualcuno, il benefattore, sia particolarmente sensibile a queste “attenzioni” o adulazioni, che ne ne tragga compiacimento, e che proprio per questa pressione possa essere indotto a non frapporre più resistenze o obiezioni di sorta. In questa attenzione o premura vigile e costante si può scorgere, appunto, un’azione di “scuotimento” esortativo nella quale si inserisce un gioco a due, tra colui che vuole ottenere un risultato e, di contro, colui che si mostra arroccato su posizione di narcisismo e vuole essere “pregato” (“Ne cummà, aggio chiamàto a Nicola si me venìa a putà aulìve, ma cu’ tutto ca lu pavàva buono, nunn’è bbolùto venì!, ma fà ca vulèsse èsse ‘ndenduliàto ppè fà na iurnata?”; “Sì, ma a chìro l’ara ndendulià si te vuò fa rà na cosa re soldi”)



L’etimo evoca un’origine onomatopeica che echeggia il “din-don” della campana in una similitudine che associa la percussione del batacchio sulla campana stessa, alla condotta di colui che “scuote” per ottenere, e percuote per ridestare e tenere vivo un proposito nei confronti dell’altro. Possibile anche un abbinamento con il “dondolare” o “cullare” che evidenzia un atteggiamento fanciullesco di chi voglia essere adulato che richiama il godimento da torpore del neonato quando lo si culla.
Nell’uso parlato si riscontra anche un sostantivo femminile che parrebbe avere la medesima origine onomatopeica: la “ndèndula”. Infatti, nel dialetto cilentano la “ndèndula” è una sorta di avviso, una soffiata, un presagio, che lascia intuire un qualcosa che stia per accadere alle nostre spalle, e di cui non si ha ancora precisa cognizione, lasciata al livello di sospetto, affidata all’intuizione dell’interessato, e che poi, immancabilmente, si rivela vera e fondata. Anche in questo caso, la “ndèndula” evoca un presagio acceso d’improvviso per un caso, ascoltando una voce, interpretando atteggiamenti, giri di parole dette da chi si lasci sfuggire un indizio (“m’era èra arrivàta ‘na ‘ndèndula ca me vulìano fà le scarpe chiri farabbutti”). Si tratta di segni, voci, intuizioni, che quando si rivelano parrebbero destati da un unico battito di campana, come quello del quarto ad esempio, che, nell’attimo in cui termina l’eco sonoro, genera anche un allarme e l’inizio di una preveggenza.

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