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I Filadelfi ed i moti del Cilento

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E’ innegabile che la rivolta nel Cilento del Giugno/Luglio 1828 fu voluta ed organizzata da Filadelfi, antichi carbonari del 1799. La setta dei Filadelfi nati in Francia, si sospetta che il loro capo era Luciano Bonaparte, ebbe ramificazioni nel Regno dapprima in Puglia poi nel Napoletano fortemente radicata, poi,  nel Cilento. Non si è potuto trovare negli archivi storici una documentazione chiara e concorde. Si sa solo che fu costituita nel 1806 e che prese grande sviluppo ed una attività più decisa, dopo l’annullamento della carboneria.

Ma chi erano i Filadelfi Cilentani? A capo di tutti, per la sua cultura, per il suo nobilissimo passato ma soprattutto per le grandi relazioni che godeva nel mondo sociale e politico, era il canonico Antonio Maria De Luca di Celle di Bulgheria, arrivato, poi, al parlamento del Regno nel 1820. Eloquente e colto esercitava una grande influenza sui conterranei dell’allora distretto di Vallo Lucano (Vallo della Lucania) ed in particolare nei mandamenti di Camerota, Pisciotta, Torre Orsaia e Laurito. Intorno a lui si stringevano la maggior parte dei nobili e signori dell’epoca ma anche prelati di ogni ordine come: i preti Don Raffaele Fatigati di Bosco e Don Giuseppe Gammarano di Montano Antilia, i Signori Giuseppe e Domenicantonio Caterina e Angelo Lerro (residente poi a Licusati) di Omignano, i fratelli De Mattia di Vallo della Lucania ed altre illustri e meno illustri personaggi del secolo.

Ciò a dimostrare  che il sentimento di ribellione nel Cilentano era ampiamente e profondamente maturato nell’animo di quanti esercitavano un sicuro prestigio sugli spiriti della popolazione. Era il Giugno del 1828,  tutto era pronto, tutto stabilito, lentamente formatasi una vera coscienza rivoluzionaria atta a distruggere il potentato della casa regnante affinché si piegasse alle esigenze dei tempi ed alle aspirazioni di libertà dei cittadini, pur tralasciando continuare il Borbone a regnare nelle due Sicilie. Il territorio del Cilento e la sua condizione topografica, con la sua mancanza di vie comode, la natura montuosa e la mancanza di approdo marittimo che non avrebbe permesso alle truppe del Regno arrivarvi facilmente e spiegarvi una azione rapida ed efficace, si prestava ad un primo atto di forza. 

Ma il fallimento era alla porta, non certo dovuto ad atteggiamenti troppo temerari o inconsulti, ma unicamente ad un elemento imprevisto, cioè al parlar troppo di un congiurato, tale Antonio Galotti che rivelò, forse involontariamente il piano di ribellione nelle sue parti più delicate. Il piano consisteva di far riversare a Vallo della Lucania un contingente di 700 persone armate che dopo aver ridotto all’impotenza la piccola guarnigione, avrebbe dovuto rappresentare la testa dei rivoluzionari Cilentani per marciare, poi uniti alle legioni di Avellino e Benevento, sulla capitale del Regno – Napoli, per imporre al Monarca le sospirate riforme costituzionali.

Il piano era semplice ma soprattutto attuabile, visto anche, come si scriveva prima, alla impossibilità delle forze borboniche opporsi nell’immediato vista la deficienza delle vie di comunicazione. Il Gallotti, appunto, fu la goccia che fece traboccare il vaso ossia il tassello in più che mancava alla polizia borbonica per far fallire il piano. La stessa polizia aveva già ricevuto denunzie in merito dal prete Moccia ( “volgarissima spia” così lo definisce lo storico Matteo Mazziotti) che approfittando dell’amicizia con Don Francesco Diotaiuti di Camerota si era fatto iniziare alla setta dei Filadelfi per carpirne i segreti. Intanto il canonico De Luca era riuscito ad abbandonare Napoli anche con la complicità, a lui sconosciuta, della polizia Borbonica che voleva seguirne i movimenti e spiarne le gesta ma soprattutto conoscere l’intesa tra il sacerdote ed i settari Cilentani, ricavandone così tutti i più minuti dettagli. Intanto a Salerno venivano operati numerosi arresti di altri aderenti ai Filadelfi e questo aveva già creato una sorta di consapevolezza negli adepti del Cilento di un perpetrato tradimento.

Ma i Patrioti non si fermarono, alla spicciolata il 27 giugno si mossero alla volta del piccolo fortino di Palinuro e con uno stratagemma se ne impadronirono, ma quando cercarono nei depositi le armi che si riteneva si trovassero in grande quantità ebbero la triste sorpresa di trovarvi solo due fucili, nessun cannone ed un ammasso di polvere da sparo avariata dall’umidità. Ma la rivolta continuava ad aver seguito, marciarono su Foria, Lentiscosa, San Giovanni a Piro, Castel Ruggero, dappertutto il grido di liberazione si levava sollecito, arrivarono a Montano Antilia tra dimostrazioni di giubilo e benedizioni popolari. Ma quando puntando sulla allora borgata di Sanbiase, essi si imbatterono in un emissario inviato a Vallo della Lucania per assumere notizie, ebbero così,  la certezza del paventato tradimento venendo a conoscenza che il Maresciallo del Carretto alla testa di ottomila uomini si era già impossessato di Vallo e ne aveva imprigionato i congiurati. Allora, impavidi del pericolo,  decisero di marciare su Cuccaro Vetere, qui avrebbero studiato il piano definitivo che fu quello di raggiungere le prossimità del Santuario del Monte Gelbison,  lì avrebbero atteso l’assalto delle forze Regie che non tardarono ad arrivare.

Il Mazziotti racconta: “Dalle valli giungevano schioppettate micidiali e gli echi delle campane suonanti a festa per la vittoria delle truppe di governo: L’ora delle grandi risoluzioni era giunta.” Gli insorti ridotti con poche munizioni ed allo stremo delle forze non si lasciarono però intimorire; continua il Mazziotti: “Bisogna lasciarsi ammazzare lì, nella folta boscaglia, più che affrontare il plotone di esecuzione e dimostrare che i Cilentani non potevano tremare dinanzi al supplizio. Potevano trovare uno scampo nella fuga e sbandarsi alla spicciolata inoltrandosi in un bosco impervio a chi non lo conosce, ma vollero compiere il supremo olocausto, perché altri non fossero colpevoli del loro atto temerario.

Il 7 Luglio 1828, a Vallo della Lucania parte della Legione sopravvissuta, si consegnava nelle mani del maresciallo Del Carretto, era finita la rivolta e cominciava lo sfogo della vendetta Regia. E così avvenne, il solo arbitro della mattanza fu il maresciallo Del Carretto. I tribunali istituiti furono solo una formalità, perciò la congiura fu deformata in ogni suo particolare, i processi campati su denunce false ed i valorosi accusati di brigantaggio ed accomunati ai Fratelli Capozzoli (Briganti/Patrioti di cui racconterò in seguito). I processi si svolsero rapidamente, alcuni ventiquattro ore dopo l’arresto e le condanne erano la morte. Il primo ad essere giustiziato fu il canonico De Luca che però non poteva essere ucciso se non sconsacrato, a questo pensò il vescovo di Salerno dopo che il Maresciallo Del Carretto aveva avuto il diniego da parte dei Vescovi di Vallo e di Policastro.

Ad altri spettarono morti più atroci, come la decapitazione di un certo Filippo Ruocco avvenuta a Camerota il cui teschio venne, poi, esposto a Palinuro come sintomo di avviso, vittoria e sopraffazione. Molti invece, coloro che in una sorta di “processione” assetati ed affamati, furono incatenati e portati a Salerno. Durante il viaggio, sulla strada che conduceva all’abitato di Rutino alcuni trovarono la morte. Questa, invece,  una frase trovata in alcuni scritti dell’epoca: “Sentimmo nelle carni il ferro rovente delle rappresaglie, ma nel nostro cuore non entrò mai la delusione e la viltà; furono disperse le nostre sostanze ma non stendemmo la mano alla vergogna”.

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