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Una Scuola del Cilento nel vecchio millennio

-Pubblictà-

Domenica da lupi, finalmente piove, non c’è altro da fare che guardare la TV. Facendo zapping, fra i canali, in questo periodo zeppi di sport, per me poco interessante o film di terzo ordine, ho avuto la fortuna di imbattermi nel segnale di una televisione regionale che trasmetteva “Ieri,Oggi e Domani”, film di Vittorio De Sica, premiato con l’oscar ed interpretato dalla Loren e Mastroianni. Ho sempre amato quel film, dove si raccontano vari episodi di una vita che accomuna nel tempo i due protagonisti. L’episodio che ha richiamato in me alcuni ricordi della mia infanzia è: “Adelina”; qui l’eccezionale e bellissima Sofia Loren interpreta una contrabbandiera che per rimandare il suo periodo di carcerazione, continua a restare incinta ed a produrre ai carabinieri che la vogliono detenere, il certificato di pregnanza ogni sette mesi.
Il metodo, particolare, per tenere il conteggio per poi riproporre il certificato medico ai carabinieri, vista la poca presenza di calendari erano le stagioni, scandite da: la stagione dei fichi d’india, “re i cerasa” e “ra scola”. Ed è in un piccolo frammento scenico, dove De Sica propone l’apertura della Scuola che all’epoca avveniva ad Ottobre, con uno stuolo di bambini in grembiulino che corrono per i vicoli di Napoli , che mi sono catapultato esattamente negli anni ’70, anni in cui, avendo compiuto i sei anni, rientravo nell’obbligo di frequenza scolastica. Nella mia piccola Scuola, erano in funzione tre classi che occupavano tre ampie stanze, inzeppate di banchi, addossati l’uno all’altro, con scarsissimo spazio, tanto è che ci si muoveva a fatica, si era condannati a stare, durante le lezioni, sempre seduti e con poche possibilità di “girare” in un ambiente per altro saturo di un effluvio assolutamente poco gradevole.

La mia, era una classe molto numerosa, credo fossimo in 35 o poco meno. L’ aula, pur avendo dei finestroni era poco luminosa, poiché un enorme albero di castagno si preoccupava di assorbire la luce a noi necessaria. Era arredata da banchi, quelli “di una volta”, stravecchi, in legno, a due posti, scomodissimi, di dimensioni non adatte alle nostre taglie, con buchi utili ad incastrarvi il calamaio in cui una volta si intingevamo i “pennini” delle penne a cannuccia; nel mio periodo era diventato ricettacolo per lo scatolo, quando si riusciva a comprarla, della coccoina (la colla per intenderci). Di fronte alle fila dei banchi c’era la cattedra, rialzata su una pedana sulla quale “troneggiava” l’insegnate, alla destra c’era poi una monumentale lavagna in ardesia, sulla parete frontale, al centro, era appeso un grande Crocifisso. Non c’erano altri sussidi didattici se non un alfabetiere mobile, uno sgangherato pallottoliere, un traballante mappamondo, qualche carta geografica dell’Italia politica, una lavagna, il gesso e dei grossi armadi che ancora ricordo contenevano degli enormi scatoloni in latta contenente cioccolata spalmabile. Questa, non ricordo chi magnanimamente la fornisse, ma serviva a farci far merenda a metà mattinata; pensate come si era “avanti” in un tempo passato. A quei tempi non esisteva il “servizio di trasporto scolastico” né v’era la consuetudine di essere “accompagnati”. A scuola, sia per l’andata che per il ritorno a casa, eravamo “obbligati” ad essere autonomi. In altri termini dovevamo badare a noi stessi direttamente e, dunque, eravamo investiti dalla necessità di saperci riguardare, di “filare dritto” e di non fare “lazzarate”. Ricordo che arrivavamo a scuola con un po’ di anticipo per cui stanziavamo lungo la cancellata dell’edificio e per lo più, prima dell’ingresso in aula, noi maschi, giocavamo, in gruppi, a ”volta-giocatori”, a “zompa -cavallo” o anche a “batti-muro”.

Fu quello un anno caratterizzato da paginate e paginate di “o” con l’orecchio e “h”, lo ammetto non ero molto bravo, di paginate innumerevoli di “copia”, di “bella scrittura”, di “dettati”, di “numerazioni ascendenti e discendenti”, di “filastrocche” ecc. ecc., esercitazioni che mi annoiavano fino all’ esasperazione ed è per questo motivo, che le ricordo benissimo. Eravamo alquanto irrequieti anche se intimoriti dalla lunga “bacchetta” che, manovrata dal maestro, inesorabile, si abbatteva sulle teste dei chiacchieroni e dei distratti. Questo strumento correttivo era assai generalizzato e si accompagnava all’uso, sistematico, fermo, inflessibile della cosiddetta “spalmata”. Oltre la “spalmata” era contemplato un elenco di punizioni quanto mai vario e fantasioso che includeva sonori ceffoni all’indirizzo del malcapitato, tirate d’ orecchie, “carocchie”, dolorosi pizzicotti nonché , se ti andava bene, lo stare dietro la lavagna, con la testa rivolta verso il muro, se andava male, l’imposizione di far inginocchiare il malcapitato, per fortuna non si usava più lo strato di ceci, di chicchi di granturco o di fagioli secchi. Insomma tutta una serie fantasiosa di torture che creavano uno stato di umiliazione, un’ umiliazione patita davanti a tutta la classe, davanti ai tuoi coetanei che a mio avviso era la peggiore che ti potesse capitare.

A quell’età i bambini sono carogne e spesso capitava che gli stessi “compagni di classe” facevano presto a farlo sapere direttamente ai tuoi genitori i quali, secondo l’uso di allora, non lesinavano rimproveri e quant’altro, a casa mia vigeva la “ciabatta volante” in cui mia mamma era campionessa assoluta. Altra punizione, maggiormente in voga e non certo meno indolore, era quella di ricopiare svariate volte, sul quaderno, l’errore commesso o una frase moraleggiante. La famiglia, come già detto, era sempre solidale con la scuola e spesso era proprio questa che incitava il maestro all’uso di maniere sempre più forti, cosicché l’alunno non aveva vie di scampo e subiva, senza alternative, tutte le punizioni, nascondendole alla famiglia stessa, per non avere il resto !!! La punizione più funesta era – senz’altro e comunque – quella dell’uso della “bacchetta” sulle mani poche volte, sui glutei. La “bacchetta” era un listello di legno, largo, levigato, pesante fornite spesso dal falegname del paese, purtroppo in quell’epoca a Sessa ve ne erano tanti !!! Alcuni maestri del tempo, erano e sono rimasti famosi per la loro intransigenza e per l’alto numero di colpi che, con evidente rabbia e accanimento, erano abituati ad infliggere.

Noi alunni ne eravamo letteralmente terrorizzati.  Fortunatamente il maestro non era comunque solo il simbolo della severità, diventava per ciascuno una figura familiare; era una persona che, alla lunga, poi si apprezzava e alla quale, alla fin fine, restavi affezionato. Senza alcun dubbio penso che ognuno, ripensando al proprio passato, non potrà mai e poi mai dimenticare il periodo delle “sua scuola elementare”; sempre ne ricorderà molti episodi, i compagni di frequenza nonché le amicizie e le conoscenze più rappresentative di quel periodo. A quei tempi (a differenza dei pesanti, stracolmi e “firmati” zaini e “zainetti” in uso ai giorni odierni) la maggior parte di noi usavano cartelle di “pezza”, a tracolla, qualche volta anche fatte in casa. La mia era una cartella, piccola, di cartone pressato lucido, con manico in plastica; conteneva solo un quaderno “a righi” e uno “a quadretti”, un sussidiario e un astuccio in legno che fungeva da porta matita e penna. Il nostro corredo scolastico era ridotto al minimo ed ispirato al risparmio. Per foderare libri e quaderni si usava la carta che avvolgeva la pasta di grano duro (per intenderci spaghetti, bucatini, “ziti” e “mezziziti”), quella carta dal color avio che…..non costava nulla ed era di molto resistente !!
Si era nel lusso quando si disponeva di un astuccio di pastelli a matita, assai ridotti nella quantità (appena sei nei colori basilari) e di grandezza di mezza matita (si faticava a tenerli impugnati !!). Ho davanti agli occhi i famosi “Pastelli Giotto”, di sei colori e sulla cui scatola era stampata l’immagine di un pastorello, appunto Giotto, che, con una fiaschetta al fianco, disegnava con del carbone, su un sasso, una sua pecora. In disparte, appoggiato ad un muretto, c’era un signore: Cimabue, che, con un copricapo rosso, lo osservava meravigliato e che, colpito dalla naturale bravura del piccolo Giotto lo accolse, poi, come narra Giorgio Vasari, nella sua bottega fiorentina. Termino, sperando che questo mio ennesimo“tuffo” nel passato sarà senz’altro condiviso; anzi sono convinto che esso scatenerà, cosi come deve essere, negli amici tutti del Cilento e dintorni, un fiume di ricordi personali.

© Riproduzione Riservata

Alessandro Giordano
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