C’è una differenza profonda tra salire verso un santuario e vedere la statua venerata da secoli scendere dalla montagna per raggiungere i fedeli. È proprio in questa differenza che si concentra il dibattito sulla Peregrinatio Mariae della Madonna del Sacro Monte di Novi Velia, pronta a lasciare il Gelbison per attraversare le comunità della Diocesi di Vallo della Lucania. La partenza è fissata per domenica 18 ottobre, alle ore 15, da Vallo della Lucania, con destinazione Sacco, prima tappa del percorso. La statua è stata già trasferita presso l’Episcopio per ragioni di sicurezza e per garantire una maggiore stabilità durante il trasporto, come precisato dalla stessa Diocesi nella nota del 17 ottobre.
L’iniziativa, voluta dal vescovo monsignor Vincenzo Calvosa, accompagnerà il periodo di chiusura invernale del Santuario e proseguirà fino alla primavera del 2027. L’obiettivo dichiarato è portare la presenza della Madonna nelle parrocchie, favorendo incontri di preghiera e momenti di comunione tra le comunità.
Ma nel Cilento questa non è soltanto una notizia di calendario religioso. È una vicenda che tocca un patrimonio di fede, memoria popolare e identità territoriale. E che, proprio per questo, ha generato reazioni contrastanti.
Il Monte Sacro e la storia di una devozione antica
Per comprendere il peso della decisione occorre guardare alla storia del Santuario, arroccato sulla vetta del Monte Gelbison, a circa 1.705 metri di altitudine, il luogo di culto ha origini molto antiche. Le ricostruzioni storico-culturali ne collocano la fondazione cristiana probabilmente tra il X e l’XI secolo, in relazione alla presenza dei monaci basiliani, provenienti dalla tradizione monastica orientale. La prima attestazione documentaria comunemente richiamata risale al 1131, quando una fonte medievale menziona un luogo sacro dedicato a Santa Maria nell’area del monte. Nel corso dei secoli il complesso religioso passò attraverso diverse fasi, fino alla presenza dei monaci celestini, ai quali fu affidato nel XIV secolo. La sua storia è così legata non soltanto alla spiritualità mariana, ma anche alle vicende religiose e sociali del territorio.
Attorno alla fondazione del santuario è fiorita anche una leggenda popolare. Si racconta che alcuni pastori, intenzionati a costruire una cappella alle pendici del monte, trovassero misteriosamente distrutto il lavoro eseguito il giorno precedente. Una notte, un agnello sfuggito loro durante una sosta avrebbe raggiunto la vetta, fermandosi davanti a una grotta nella quale si trovava l’immagine della Madonna. Da quel ritrovamento sarebbe nata la scelta di edificare il luogo di culto proprio lassù, è una narrazione della tradizione, non un fatto storicamente dimostrato. Ma racconta bene il rapporto tra il popolo cilentano e la montagna: un luogo percepito come sacro, da raggiungere con fatica e nel quale affidare speranze, sofferenze e richieste di protezione.
Quando il pellegrinaggio era soprattutto fatica, attesa e sacrificio
Prima della costruzione della strada carrozzabile, raggiungere il Santuario significava affrontare un cammino lungo e impegnativo. I pellegrini salivano a piedi lungo i sentieri del monte, talvolta partendo dai paesi nelle ore notturne e attraversando boschi e tratti impervi, la salita non era un semplice trasferimento verso un luogo di culto. Era parte stessa dell’esperienza religiosa: il sacrificio del cammino, la preghiera condivisa, le soste, l’arrivo sulla vetta e l’incontro con la statua della Vergine. Ancora oggi, nelle tradizioni legate al Gelbison, sopravvivono gesti che rendono riconoscibile questa devozione. Tra questi, le cente, strutture votive decorate con ceri e nastri, portate in dono alla Madonna da diverse comunità. In alcune tradizioni locali si conservano anche pratiche rituali particolari, come i giri intorno all’edificio sacro prima di entrare in chiesa.
Il Santuario ha così superato i confini di Novi Velia, diventando un riferimento per fedeli provenienti da numerosi centri del Cilento e anche da altre regioni del Mezzogiorno, per molti, la Madonna del Sacro Monte non è soltanto una statua custodita in una chiesa. È un appuntamento che ritorna ogni anno, una promessa mantenuta, un ricordo familiare trasmesso da genitori e nonni. È la montagna verso cui si guarda da lontano e alla quale si torna per pregare, è anche per questo che il trasferimento dell’effigie ha assunto un significato ben più ampio di quello strettamente organizzativo.
La Peregrinatio e le proteste: perché la scelta divide
La Diocesi presenta la Peregrinatio Mariae come un’occasione per avvicinare la Madonna ai fedeli, portando la sua immagine nelle parrocchie durante la chiusura invernale del Santuario, una scelta pastorale che, nelle intenzioni dei promotori, vuole trasformare la pausa stagionale del luogo di culto in un percorso di incontri e preghiera. Il vescovo Calvosa ha legato l’iniziativa alla riflessione sulla figura di Maria nella Chiesa, richiamando anche l’enciclica Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II, eppure, una parte della comunità non ha accolto la decisione senza riserve. Nei giorni precedenti alla partenza sono emerse proteste pubbliche, compreso uno striscione comparso nell’area del Monte Gelbison. Il dissenso esprime soprattutto la preoccupazione che lo spostamento della statua possa alterare una tradizione profondamente radicata e separare, almeno temporaneamente, la Madonna dal luogo che ne costituisce la sede storica.
La questione è anche pratica: il trasporto di un’effigie sacra di tale valore richiede precauzioni, garanzie di stabilità e adeguate misure di tutela. La Diocesi ha richiamato proprio ragioni di sicurezza per spiegare il trasferimento preliminare presso l’Episcopio, ma le perplessità espresse da alcuni fedeli riguardano anche l’opportunità stessa dell’operazione, non è corretto, tuttavia, trasformare le contestazioni di una parte della comunità in un’opposizione generalizzata. La devozione alla Madonna resta condivisa da moltissimi fedeli, e il dissenso sulla modalità del pellegrinaggio non coincide necessariamente con un rifiuto dell’iniziativa religiosa.
Il punto di frizione è un altro: per alcuni la Madonna deve raggiungere i fedeli nei loro paesi; per altri è il pellegrino che deve continuare a salire verso di Lei, come hanno fatto le generazioni precedenti, sono due sensibilità che si confrontano sul significato della stessa devozione.
Una domanda che riguarda anche l’identità del territorio
La vicenda richiama una questione più ampia, che va oltre l’organizzazione delle celebrazioni. Chi custodisce il significato di una tradizione religiosa così radicata? La comunità ecclesiale che ne organizza il culto, le comunità locali che l’hanno tramandata oppure l’insieme dei fedeli che riconoscono nel Gelbison un simbolo del Cilento? Non esiste una risposta semplice, né il confronto può essere risolto contrapponendo automaticamente chi sostiene la Peregrinatio a chi la contesta. Il Santuario appartiene alla storia religiosa del territorio e la sua devozione è cresciuta attraverso secoli di pellegrinaggi, la scelta della Diocesi, d’altra parte, si inserisce in una visione pastorale che intende portare la presenza mariana nelle comunità anche quando la montagna diventa meno accessibile.
Proprio per questo sarebbe importante che il percorso fosse accompagnato da informazioni chiare sulle modalità di trasporto e custodia della statua, sulle misure di sicurezza adottate e sul significato dell’iniziativa per il futuro del Santuario. Un dialogo trasparente potrebbe contribuire a evitare che le divergenze si trasformino in una frattura tra comunità che condividono la stessa devozione. La fede popolare, infatti, non è soltanto una questione di riti. È anche memoria collettiva, appartenenza e rapporto con i luoghi.
Da Sacco ad Agropoli, il cammino della Madonna nel Cilento
Il programma diocesano prevede una prima fase autunnale che toccherà diverse località, a partire da Sacco, per proseguire verso Roccadaspide, Stio, Matinella, Capaccio e Agropoli. Sono previste successive soste a Santa Maria di Castellabate, Acciaroli, Prignano Cilento e Omignano.
Il calendario della Peregrinatio Mariae 2026-2027
Il programma diocesano prevede la visita a numerose comunità del Cilento, con soste nelle chiese e nei luoghi di culto indicati nel calendario ufficiale.
Le prime tappe, da ottobre a dicembre 2026:
- 18-24 ottobre: Sacco, chiesa di San Silvestro.
- 24-31 ottobre: Roccadaspide, chiesa della Natività della Beata Maria Vergine.
- 31 ottobre-7 novembre: Stio, chiesa dei Santi Pietro e Paolo.
- 7-14 novembre: Matinella, chiesa di San Gennaro.
- 14-21 novembre: Capaccio Scalo, chiesa di San Vito.
- 21-28 novembre: Agropoli, chiesa di Santa Maria delle Grazie.
- 28 novembre-5 dicembre: Santa Maria di Castellabate, Santuario di Santa Maria a Mare.
- 5-13 dicembre: Acciaroli, chiesa di Maria Santissima Annunziata.
- 13-19 dicembre: Prignano Cilento, chiesa di San Nicola di Bari.
- 19-21 dicembre: Omignano Capoluogo, chiesa di San Nicola di Bari.
Dopo la pausa invernale, il percorso riprenderà nella primavera del 2027, con ulteriori tappe nel territorio diocesano e il passaggio nella Cattedrale di San Pantaleone a Vallo della Lucania. Il calendario si concluderà a maggio, con il ritorno della statua a Novi Velia e la riapertura del Santuario.
Le tappe previste nella primavera 2027:
- 10-17 aprile: Laurito, chiesa di San Giovanni Battista.
- 17-24 aprile: Centola, chiesa di San Nicola di Mira.
- 24 aprile-1° maggio: Ascea Marina, chiesa di Maria Santissima di Portosalvo.
- 1-8 maggio: Velina, chiesa di Sant’Antonio di Padova.
- 8-15 maggio: Vallo della Lucania, Cattedrale di San Pantaleone.
- 15-16 maggio: Novi Velia, chiesa di Santa Maria dei Lombardi.
Le date e le località sono quelle riportate nel manifesto ufficiale diffuso dalla Diocesi. Il calendario pubblicato indica una pausa tra le tappe di dicembre e quelle di aprile, senza specificare nel manifesto ulteriori appuntamenti per il periodo intermedio. La Peregrinatio attraverserà dunque comunità costiere e centri dell’entroterra, portando con sé una devozione che non appartiene a un solo paese, ma a una porzione importante della storia spirituale cilentana, resta da vedere se il viaggio contribuirà a ricomporre le divergenze oppure se le domande sollevate in queste settimane continueranno ad accompagnare l’iniziativa. La Madonna si mette in cammino, ma il confronto sul significato di quel cammino è già cominciato, perché sul Gelbison, da secoli, la devozione non si misura soltanto nel momento in cui si arriva davanti alla statua. Si misura anche nella fatica della salita, nell’attesa del ritorno e nel legame che unisce una comunità alla propria montagna sacra.





