La notte di Capodanno a Le Constellation, a Crans-Montana, dove giovani e adolescenti festeggiavano l’inizio del 2026, si è trasformata in un inferno che ha tolto la vita ad almeno 40 persone, molte delle quali minorenni, e ne ha ferite quasi 120, tra cui ragazzi appena adolescenti e turisti provenienti da tutta Europa. Non parliamo di una fatalità che “cade dal cielo”: parliamo di una catena di scelte che gridano vendetta contro ogni promessa di prevenzione e sicurezza che le istituzioni e gli operatori del settore sociale e ricreativo, in Svizzera come in Europa, continuano a sbandierare. L’orrore di veder morire quattordicenni e quindicenni in un locale dove una candela appoggiata al soffitto ha scatenato un rogo rapidissimo, ci interroga sulla credibilità di un sistema che avrebbe dovuto impedire che accadesse.
Chiudere gli occhi davanti alla spirale di norme disattese — uscite di sicurezza insufficienti, materiali infiammabili, locali sovraffollati, staff impreparato — significa tradire le stesse garanzie che dovrebbero proteggere i nostri giovani. Perché non si può liquidare come «sfortuna» ciò che ha meno di un barlume di imprevedibilità: le regole antincendio sono chiare, le verifiche obbligatorie, i controlli dov’erano? È qui che nasce la rabbia più profonda: non una tragedia casuale, ma un fallimento collettivo. E mentre le autorità svizzere conducono indagini su eventuali responsabilità penali per incendio e omicidio colposo, e le famiglie piangono figli, fratelli e sorelle, dalla politica internazionale e dai media emerge una narrazione fin troppo indulgente: si parla di lutto, di cordoglio, di solidarietà. Tutto sacrosanto. Ma nessuno, fino ad ora, osa chiedersi con forza chi abbia permesso che così tanti minorenni si ritrovassero in un seminterrato con una sola via di fuga, come se la sicurezza fosse un’opinione e non un obbligo.
Domandiamoci: cosa deve succedere ancora perché non consideriamo più accettabile che la vita di un quattordicenne valga meno di un divieto ignorato? Gli applausi alle azioni di soccorso e le catene di articoli commossi non bastano. Dopo il lutto, dopo i volantini funebri e le preghiere, serve una svolta netta: responsabilità, rigore, norme applicate, controlli reali. Non servono le lacrime di circostanza, servono fatti. Servono nomi e volti, sì — dei giovani strappati alla vita — ma soprattutto servono responsabili designati e punizioni chiare per chi ha trasformato un Capodanno in un massacro di adolescenti. Ogni volta che una giovane vita viene spenta da una tragedia evitabile, la nostra società perde un pezzo di futuro. E questo, più di ogni parola, dovrebbe farci arrossire di vergogna. Ciò che potrebbe rimanere negli annali non come una tragedia sfuggita al controllo del destino, ma come un fallimento politico e sociale di portata epocale, è però la catena di omissioni che ha reso possibile la carneficina. Le autorità svizzere hanno aperto un’indagine penale nei confronti dei gestori del locale, Jacques e Jessica Moretti, per una serie di ipotesi di reato che travalicano la pura casualità: Omicidio colposo plurimo: per la morte di decine di persone a causa di un incendio che potrebbe essere stato evitato. Lesioni colpose: per i ferimenti gravi di oltre un centinaio di persone.
Incendio colposo: se l’uso di materiali pirotecnici non autorizzati o l’accumulo di materiali infiammabili si dovessero dimostrare determinanti. Gli investigatori stanno raccogliendo prove, testimonianze e filmati, esaminando in particolare se i sparkler serviti nel locale e il materiale isolante del soffitto fossero conformi alle norme e se la presenza di un solo accesso di fuga sotterraneo abbia violato le disposizioni di sicurezza. È fondamentale sottolineare che al momento non ci sono arresti: la Procura svizzera procede con la presunzione di innocenza fino a prova contraria.
I profili di responsabilità gestionale: norme, controlli e omissioni
Le responsabilità non si esauriscono nei soli gestori: emergono interrogativi inquietanti anche sul sistema di controllo delle autorità locali. In Svizzera, come nella maggior parte dei Paesi europei, gli spazi pubblici destinati alla ristorazione e all’intrattenimento devono rispettare rigide norme antincendio, che includono: Vie di fuga multiple e chiaramente segnalate, Materiali ignifughi o trattati, Sistemi di estinzione e dotazioni di sicurezza attive, Ispezioni periodiche da parte degli enti preposti. Un esperto di sicurezza antincendio ha già sottolineato in chiaro che quello del Constellation non avrebbe mai dovuto avere una sola uscita di sicurezza, specie con la capienza e la natura del locale. Le autorità municipali e cantonali sono responsabili delle ispezioni antincendio. In teoria, queste dovrebbero essere annuali; nei fatti, il bar Le Constellation era stato ispezionato solo tre volte in dieci anni secondo le dichiarazioni dei proprietari stessi.
Questo solleva domande vitali: Perché le ispezioni non sono state regolari? Perché non sono emerse — o non sono state sanzionate — violazioni evidenti come materiali infiammabili, accessi insufficienti e formazione carente del personale? Il sistema di controllo è stato solo formale, privo di verifiche rigorose? La responsabilità gestionale si estende dunque a enti pubblici (comune, vigili del fuoco cantonali) che non hanno garantito un ambiente sicuro nonostante la presenza di normative restrittive in materia. Dietro ogni normativa ci sono tragedie passate che dovrebbero suggerire prudenza, consapevolezza e rigore. Eppure in questo caso: l’uso di pirotecnica non autorizzata sotto un soffitto di schiuma isolante; la presenza di minorenni in massa in un locale forse non predisposto per eventi di grande affluenza; l’effettiva mancanza di vie di fuga adeguate; tutti elementi che suggeriscono non solo errori, ma una cultura gestionale e di controllo che ha normalizzato la disattenzione verso la sicurezza.
Le responsabilità in campo non devono essere nebulose: devono essere tracciate, imputate e, se del caso, sanzionate con fermezza. Non solo per i familiari delle vittime, ma affinché non si ripetano casi analoghi. Questa tragedia non riguarda solo i proprietari del bar: tocca i limiti di un sistema che, pur avendo tutte le regole del mondo, è incapace di applicarle quando serve, sia per disinteresse, sia per inefficienza, sia per complicità culturale con un’eccessiva tolleranza verso comportamenti a rischio. E se questa tragedia fosse avvenuta in Italia, molti commentatori giuridici ricordano come nelle inchieste analoghe (come a Corinaldo nel 2018) si sia dovuto fare i conti con lunghe dispute tra gestori, autorità comunali e tecnici, spesso con una sottovalutazione preventiva del rischio. Questa strage è l’evidenza più spietata di una verità semplice e incancellabile: non basta avere leggi perfette se non esiste volontà e capacità di farle rispettare con rigore e trasparenza. Se non ci saranno responsabilità legali chiare e una revisione profonda dei controlli gestionali, allora il dolore delle famiglie delle vittime rischierà di essere sfruttato solo come un rituale di cordoglio — senza alcuna trasformazione reale nel modo in cui la nostra società tutela i suoi giovani. Il nostro dovere civile ora è chiedere nomi, fatti, responsabilità e non fermarsi alle lacrime di circostanza.

