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Dal Cilento alla Lucania: storie di janare e stregoneria

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Nel cuore del nostro Cilento esiste un lato immerso delle tenebre, quello che si sceglie come nascondiglio, rifugio di segreti e misteri. È lì, silenzioso e in trepidante attesa, quel lato buio e tenebroso, quello che c’è ma sfugge sempre, fatto di misteri e leggende, che si nascondono negli angoli più angusti dei paesi, nella polvere di secoli e secoli di storia e nella memoria della nostra gente. Il mistero è lì, radicato ai suoi luoghi, che aspetta il momento di insinuarsi nelle nostre storie, in attesa di essere irrorato di fantasia e protetto dalla tradizione. 

Il Cilento, da millenni ha ispirato al magismo poeti e cantori.  Molti dei miti greci e romani sono stati ambientati sulle sue nostre coste. Il mito più famoso è quello dell’isola delle sirene, nell’Odissea. Quelle creature malefiche che, secondo Omero, irradiavano un canto che faceva impazzire i marinai di passaggio, portandoli a schiantarsi con le imbarcazioni sugli scogli.
L’isoletta che ispirò il Cantore dell’antichità probabilmente è quella di fronte a Punta Licosa, nei pressi di Castellabate. Di fronte al suo mare Ulisse si fece legare all’albero di maestra per ascoltare quell’ingannevole canto. Ma sono le narrazioni che vedono le streghe o le “janare” protagoniste nel Cilento; esse per secoli hanno animato l’immaginario collettivo e alimentato le fantasie popolari.

Fra i tanti borghi cilentani,  Celso di Pollica era uno dei luoghi più ricchi di queste storie fantastiche.  Tutto iniziò – racconta Antonio Petrone – dal ritrovamento di un disegno in quella, che molti studiosi locali ritengono e classificano come un area megalitica. Proprio da questo ritrovamento hanno avuto origine i vari racconti, che hanno poi dato vita ad una raccolta di “cunti” trascritti dalla Signora Rita Oranges.

Celso: fontana della Valle sul Piano della Noce

“ A Celso viveva un lupo”, raccontano Caterina ed Ernestina abitanti del luogo – , “era nato nella notte di Natale e, quindi ogni volta che c’era luna piena, era costretto a subire delle mutazioni. Un contadino una volta cercò di imitare il suo ululato, per poco non finì sbranato. Poi c’erano le streghe. Giungevano dal Beneventano e si fermavano a Celso per lunghi periodi. Ma qui tutti le ricordano e le chiamavano janare. Erano in grado di volare grazie ad un unguento speciale.  Si racconta però che i figli di una di loro avessero sostituito l’unguento con l’acqua per non fare uscire la madre di notte. Al mattino la trovarono morta, era caduta dalla finestra.” La signora Rosa invece, racconta del tentativo di una strega di rapire un bambino mentre dormiva, ma il padre se ne accorse e riuscì a salvarlo. Nessuno, invece, aveva mai osato avvicinarsi ai sabba stregati al Piano della Noce o alla fontana della Valle. Ma non c’erano solo le streghe, anche la chioccia dai pulcini d’oro o le fate. Queste ultime si racconta vivessero in via Velino. La chioccia invece si nascondeva vicino l’abitazione della Signora Caterina. Tutti l’avevano vista vicino alla sorgente di Punta Rosa, ma nessuno era mai riuscito a prenderla.

Ma tornando alla stregoneria, negli archivi storici spuntano notizie su fatture e fattucchiere a cui il popolo era strettamente legato e di cui evitava di fare nomi. Tra le carte ecco però spuntare i nomi è così il documento del Novembre 1636 della visita pastorale del Vescovo Costantino Testi, ove si narra come a Satriano esisteva una “donna fattucciara” chiamata Isabella, e sempre nella stessa zona abitava Argenzia Palermo, esperta in malie d’amore e nel guarire i malanni. Figure simili erano presente anche nel comune di Sasso, ove si trovava “una donna che (attendeva) a queste malie” o ancora Rosa Sivolella “vedova inspirata alla quale altre volte ricorrevano molte persone ad interrogarla a varie cose”. Questa operava ed era conosciuta in tutto il Cilento, in particolare per le sue capacità di guarire dai mal di amore. Se questi sono brevi documenti di un’arte fortemente legata a rituali naturali ove streghe e fattucchiere erano in realtà ostetriche e guaritrici interessante è esaminare un processo svoltosi nel 1690 a Sant’Angelo in Fratte contro un sacerdote, Leonardo Luongo accusato di essere stregone e magaro.

In realtà questo evento si discosta, però, dalla tipica magia lucana che non aveva quasi mai carattere demonologico ma era solo il retaggio di antiche conoscenze legate al mondo naturale e pagano troppo spesso facilmente etichettate con il termine “stregoneria”, si tratta invece di rituali che ci riportano nuovamente alla tregenda come cerimonia di antichi culti pagani. Gli eventi che narriamo si sarebbero svolti nella chiesa madre di Andretta di S. Maria Maddalena per suoi strani scongiuri e magie. Il prete era accusato di aver dissepolto “…uno tavuto nel quale pochi giorni prima era stata posta e seppellita una creatura et aperto lo sfasciò e rivoltò e poi di nuovo la involse e pose nell’istesso tavuto, et nella medesima sepoltura, et in detto tavuto vi erano alcune ossicelle spolpate che rivoltò con le proprie mani ma non vidi se avesse pigliato dette ossicelle o altro…” e stesse simili testimonianze ritroviamo tra altri testimoni “…io non ho conosciuto né conosco persona alcuna sospetta di eresia o eretica…ma ho saputo e so per detto che nella nostra patria di Andretta vi sia stato D. Leonardo Luongo diffamato per magaro e fattucchiaro…e che in detta terra di Andretta molti homini e donne in diversi luoghi pubblici di detta terra ad ogni hora di mattina di mezzo giorno, di sera et di notte andavano ballando e gridando a guisa di spiritati, e le povere donne, molte volte anco ignude, che era una compassione da vedere, con atti osceni e scandalosi, et urlando chiamavano “venga il nostro Maestro”, che dicevano essere il detto D. Leonardo Luongo,  il quale inveniva dove dette persone ballavano, si metteva esso ancora con loro a ballare, e poi si metteva a fuggire e diceva di essere esso ancora spiritato, e quando gli piaceva diceva loro “appartatevi” e così cessavano di ballare. Dal che ne nacque in detta terra tra i cittadini di essa una pubblica voce e fama di magaro et fattucchiaro…”.

Quanto descritto sembra davvero il racconto di un sabba stregone, durante il quale, secondo i testimoni, il prete era chiamato Gran Maestro. Si parla poi di patti con il diavolo, e ancora di strane riunioni “…io so che tredici anni or sono che nella nostra patria di Andretta molte persone, così uomini, come donne, si scopersero spiritate et andavano a tutte le hore di giorno e di notte ballando ed urlando e facendo fracassi e la maggior parte per sopra le ripe e montagne alpestri facendo atti osceni, e molti gesti scandalosi, e chiamavano “Venga il nostro Maestro”, venga D. Leonardo Luongo, il quale venuto, si poneva anco a ballare con dette persone spiritate e diceva anco esso spiritato che una volta sbottò per bocca un dente di cavallo bianco, come di alabastro, et un’altra volta un gruppo di capelli negri, che non poteva sciogliersi…”. La narrazione è chiara e anche il particolare dei “gesti osceni” non fa che rimandare ad atavici rituali di fertilità.

Ed ancora altri testi parlano di una certa polvere ottenuta dal prete con le ossa di bambini defunti che “…andava spargendo sopra le femine, divennero molte di esse spiritate, che andavano di notte e di giorno a tutte l’hore ballando e strepitando et facendo atti osceni e scandalosi… in una versione del tutto simile a quella già descritta e che altro non porta alla mente che il tipico sabba questa volta a forte legame diabolico.
Azzardando delle ipotesi, per quanto mi riguarda queste descrizioni altro non sono che la demonizzazione di rituali pagani agrari che si tenevano in passato su Monte di Novi, durante la mietitura, del resto, più che di fatture e malocchi, queste riunioni suscitavano scandalo e sgomento. Ancora stregoneria “diabolica” ritroviamo nel sinodo di 1728 a Tursi ove si narra di patti espressi o taciti con il diavolo e profanazione dei sacramenti, e gente che invocandolo “…esercitando incanti, magie o sortilegi, porgendogli suffumigi ed incensi, per trovar tesori ed altri intenti…consacrandogli pintacoli, libri, specchi ed altre cose, nelle quali intervenga il nome e l’opera sua…” come deriva da un editto presente nell’Archivio parrocchiale del SS. Salvatore di Caggiano.

  • Notizie tratte da: De Rosa G.,Vescovi, Popolo E Magia Del Sud – Ricerche Di Storia Socio-Religiosa Dal XVII Al XIX Secolo Napoli Guida 1971
  • Ricerche di  Andrea Romanazzi e Antonio Petrone
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