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Tradizioni - 21 Marzo 2019

Pellegrinaggi nel Cilento. Il culto delle “7 Sorelle”

“... Si parte per raggiungere una meta, si cammina per il piacere di camminare . Molte persone sembrano affascinate dall'esperienza offerta dal cammino. Vi riconoscono l'immagine della loro vita. La vita è un cammino. Passo dopo passo ognuno percorre la sua strada, porta i suoi fardelli. Esistono strade più lunghe, strade sbagliate, tratti aridi, difficili, ma anche facili. Si cammina insieme, ci si va incontro. Si percorrono strade che altri hanno già percorso. Hanno lasciato dei segni per permetterci di trovare la nostra strada. La strada come metafora dellla nostra vita...” (In cammino, Anselm Grun) .

Le chiese, i santuari sono sempre più visitati . Sia le grandi cattedrali che le umili cappelle di campagna vedono aumentare il numero dei visitatori. Anche i professionisti del turismo se ne sono resi conto da qualche anno e hanno dato vita a qualche, poche a dir la verità, promozione territoriale. Ogni luogo religioso ha la sua storia, la sua caratteristica, la sua funzione.

Nel territorio del Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano – Alburni, i  Santuari, meta dei pellegrinaggi, sono quasi tutti situati sulla vetta di una montagna, così ogni pellegrinaggio reca il doppio rito del salire e dello scendere dalla montagna, come memoria dell’antichissimo uso della transumanza .

Ed è proprio alle pendici di alcuni di questi luoghi di culto che fra qualche settimana,  inizieranno i cerimoniali per le visite ai vari Santuari dedicati alle “sette Sorelle” (Le Madonne) presenti nel Cilento; Madonna del Granato, Capaccio Vecchio, M. Vesole Sottano, m. 254; Madonna del Monte della Stella, Omignano/Sessa Cilento, M. della Stella, m. 1131; Madonna della Civitella, Moio della Civitella, M. Civitella, m. 818; Madonna del Carmine, Catona, M. del Carmine, m. 713; Madonna della Neve, Piaggine-Sanza, M. Cervati, m. 1899; Madonna di Pietrasanta, San Giovanni a Piro, M. Pietrasanta, m. 528; Madonna del Sacro Monte, Novi Velia, M. Gelbison o Sacro, m. 1707.

Delle sette, una è indicata come “brutta”, perché è raffigurata con la pelle scura ed è detta “schiavóna”, cioè forestiera, ma che risulta poi essere la più bella e la più amata di tutte. Per il Cilento è quella del Sacro Monte (come per l’area napoletana è quella di Monte Vergine). Esso è di origine basiliana e la Madonna che vi si venera è l’Odighitria (=che guida il cammino), cioè colei che guidò i monaci italo-greci;  il suo archetipo lo si può individuare nel versetto della Bibbia che dice di lei “scura sei, ma bella”.

Suggestiva è anche la tradizione che narra di S. Luca che dipinse il vero volto della Madonna di colore scuro. Nel Cilento molte sono le statue che raffigurano la Madonna nera, detta di solito “di Loreto” , a Salento, a Torraca, a Montano Antilia e Ostigliano.

Ed è l’alba, l’ora propizia,  per dar l’avvio a i pellegrinaggi. Alcuni fedeli insieme ai portatori si raduneranno nella Chiesa madre ai rintocchi del mattutino, lì ci saranno ad aspettare le donne portatrici delle “cénte” (fasci intrecciati con candele) che taluni erroneamente chiamano cinte; esse sono doni votivi, di solito composti da cento candele , addobbati  con nastri colorati che li tengono insieme a creare varie  forme: a Capizzo è ovale o a castello; a Magliano, a barca, a castello o ad uovo; a Caselle in Pittari sono per lo più a castello e sui quattro lati recano immagini devozionali di santi, anche di culto moderno. A Pollica sono a forma di cesto. Le cénte, arriveranno già sulla  testa di queste portatrici,  accolte sul sagrato e benedette dal parroco.

Ho vivo il ricordo di una signora di Omignano Capoluogo (in foto), si chiamava Zì N’tonetta; ogni anno, per la festa della Madonna del Monte della Stella, usava portare la statua della Madonna ma anche la cénta a piedi nudi per tutto il paese.  E così, dopo una breve seppur intensa benedizione ai partecipanti che il folto gruppo di partecipanti, dal sagrato della Chiesa posta giù in paese (è il caso del Santuario della Madonna del Monte della Stella), inizia ad inerpicarsi lungo tortuose salite. Durante le ascese, lungo itinerari segnati da secoli, in punti prestabiliti per riposarsi, si creano momenti nei quali l’animo popolare e di fede si esprime in canti e musiche tradizionali, di solito inni dedicati al culto della Madonna, in dialetto Cilentano,  Lucano o Calabro, ed a volte, soprattutto sulla via del ritorno, con ballate al ritmo dell’organetto e del tamburello, che hanno ormai sostituito i vecchi strumenti musicali Cilentani, la chitarra battente e il fruschariéddo (zufolo di canna).

Va notato che nei pellegrinaggi, la musica e il canto popolare si esprimono più liberamente in quanto la religiosità è meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica e sembra staccarsi dai canoni ufficiali. E’ capitato, in anni passati, che alcuni eseguissero  melodie con la zampogna e le ciaramelle, testimoniando così la compresenza anche della cultura pastorale.

Questo offrono i vari Santuari a protezione della nostra terra,  un peregrinare lungo percorsi antichi, che testimoniano la profondità della Fede e della pietà popolare,  una straordinaria eredità storico-culturale  che ci offre un prezioso aiuto.

E’ in questi luoghi di grande spiritualità, talvolta dimenticati o nascosti, che possiamo gustare il silenzio e metterci all’ascolto , un andare lento che attraversa  la storia, un’esperienza fuori dal quotidiano, per una ricerca del sè, ripercorrendo quei passi a distanza di secoli.

Credits: Alcune notizie sono tratte da Cilento Cultura – prof. A. La Greca

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