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Cultura - 17 ottobre 2018

Uno sguardo al passato: le tradizioni del matrimonio nel Cilento

Usi e costumi, dal corteggiamento al matrimonio nel Cilento di una volta

Nel Cilento, in un passato non troppo recente, il fidanzamento costituiva il preludio alla realizzazione della propria indipendenza dalla famiglia di origine.

La scelta matrimoniale, però, non dipendeva quasi mai dalla volontà dei contraenti, per motivi diversi, a seconda della classe sociale di appartenenza. I “signori” imponevano ai propri figli i “partiti” più vantaggiosi dal punto di vista economico. Una solida barriera di pregiudizi sociali contribuiva a rendere difficoltosi i rapporti fra i giovani dei due sessi, per cui era raro che si intrecciassero storie d’amore o ci fosse spazio per le schermaglie sentimentali nella vita quotidiana, segnata dall’ingenuità e dall’abbrutimento della fatica incessante. Le ragazze, che molto presto imparavano a tessere le stoffe per il corredo o a lavorare alacremente nei campi, pur desiderando l’esperienza matrimoniale, reprimevano gli atteggiamenti volti a suscitare l’attenzione dei possibili pretendenti, nel timore di compromettere la propria reputazione e rischiare di rimanere “zitelle”. L’ansia di non poter raggiungere tale meta traspariva, però, dalle diffuse pratiche superstiziose, vedremo più avanti, con le quali cercavano di interrogare il destino e, all’occorrenza, di forzarlo con “fatture” che avevano lo scopo di legare a sè un eventuale pretendente.

Generalmente, era una figura femminile a combinare il matrimonio: la madre o qualche parente prossima. Il rigoroso controllo sociale consentito dalla vita nel vicinato favoriva l’individuazione della ragazza più adatta e il successivo “discorso” con il ragazzo al quale si segnalava l’opportunità di crearsi una famiglia propria. Il maschio delegava; la ragazza prescelta accettava passivamente, in quanto un suo eventuale rifiuto sarebbe risultato una imperdonabile mancanza di rispetto nei confronti dei genitori.

Infatti, gli usi ed i costumi per poter iniziare un rapporto a due, avvenivano sotto l’osservanza di alcune rigide regole tramandate di padre in figlio, come quella del pretendente, che per chiedere ufficialmente la mano della sua sposa, al suo futuro suocero, “annoccava”, ossia addobbare con nastri, un “cìpparo” (tronco tagliato a metà) di quercia che veniva collocato di notte davanti alla porta della ragazza , lui si sarebbe poi nascosto nelle vicinanze. Al mattino, al risveglio, il genitore di lei si trovava davanti alla porta il “cìpparo”, e si usava esclamare ad alta voce “Chi m’ha ngìppariato la figlia mia?”. A tale domanda, seguiva la risposta dell’innamorato che sbucava dal nascondiglio poco distante: “Sono stato io”. Se il genitore gradiva, il giovane allora avrebbe detto “Resta bbona ‘ngippariata figlia mia”, in caso contrario, rispondeva “Resta male ‘ngippariata, vai via, non vedrai mai la sottana di mia figlia”. Dunque, il ragazzo era costretto a riprendersi il cipparo e sconsolato andare via.

Non sempre i fidanzamenti andavano a compimento. Alcune ragazze avevano, all’epoca, l’ardire di rifiutare il pretendente tanto da far venir fuori questa canzone di sdegno da parte del risentito e mancato amante.
“Aggiu saputo ca mo’ ti mariti,
mai la viru sta santa jurnata!
Mai ti viru cu n’aniello a ‘u rito,
mai ti viru appriesso ‘u nnamurato.
Vène l’Annunziata e nun ti marìti,
Sant’Angelu pi ti si n’è scurdato.
Tannu, tu ronna, prinderai marito,
quando la cèrza carica granata!”

Oppure, quando il sospirato amore era inarrivabile, in alcuni casi, si ricorreva a strane usanze o incantesimi. Una di queste era “La fattura della Mela”: la ragazza che voleva far innamorare di sé qualcuno, doveva dormire per tre notti con una mela sul ventre e fare in modo, poi, che l’altro ci desse un morso. Questa era la canzone :
“Lu milo ca me risti nun fu milo,
ca fu na fattura fatta ‘n prova.
La prima muzzecàta ca nce rìa
Cchiù me nnamurai ancòra.
Bella si nun me sani io te risvèlo
ca i mièrrici hanno ritto ca i’ mòro.
L’hai fatta na grande ferita,
rimmi ca m’ami se no me mòro!”

Tornando invece alla buona riuscita del corteggiamento; a distanza di qualche giorno avveniva la visita dei genitori dello sposo presso la  casa della ragazza, per chiedere ai genitori di lei la mano della figlia a nome del figlio. In questo loro primo colloquio, già si stendevano le basi per un futuro economicamente roseo per i due prossimi sposini, difatti,  il padre del giovane chiedeva ai futuri consuoceri cosa avrebbero dato in dote alla figlia, mentre il padre di lei voleva sapere quanto sarebbe durato il fidanzamento. Ma era la dote che faceva pendere la bilancia dalla parte del successo matrimoniale. Per cui,  prima del giorno dello sposalizio c’era “l’apprezzatura ra rote”. La dote veniva riposta, “cunzata”, dentro canestri e portata a casa dei futuri sposi che di solito, per i meno abbienti, era la casa dei genitori. Erano le amiche della sposa,a portarle nella casa e, una volta giunte, preparavano il letto matrimoniale. Il corredo di una ragazza costituiva un grave onere per i genitori e per sottolinearne il grave sacrificio che fanno le madri per dotare la figlia del corredo si diceva che erano pronte a mangiare ” a’menestra senz’uoglio”, pur di procurare un lenzuolo.

Il corredo era formato da: 12 lenzola re coppa (lenzuola di sopra), di tela re panno (tela di panno), dei quali 6 di lino e 6 di misto lino. Tutte ricamate dalla sposa – 12 lenzola re sotto (lenzuola di sotto) di tela di panno di lino, di misto lino, di canapa, di cotone – 1 lenzulo re coppa (lenzuolo di sopra) di finissimo lino – 50 facci re cuscino (federe) di tela di panno di lino – 12 chieche o smierzi, tramiezzi (false pieghe) di panno di lino, ricamate con le iniziali del nome e con la scritta “Buon riposo” o “Buon sonno” – 24 tuvaglielle (tovagliette copricuscino) di tela di panno di lino. Si ponevano sui cuscini perché nelle ore diurne non apparissero sgualciti – 1 cuperta (coperta) – 1 cuperta re telaro (lavorata a telaio), pesante – 1 cotra o cotera o cuperta mbuttita o trapunta – 1 cuperta re puntina (coperta all’uncinetto) – 2 cuperte re seta o cupertini
4 cuperte re cuttone o cupertini – 1 cuperta re velluto – 50-60 tuvaglielle re tela re panno (asciugamani) – 4 pusate re tavula (servizio da tavola)
30 cammise (cammicie) – 2 o 3 suttanini (sottovesta) che si usavano di giorno – 30 mutande lunghe al di sotto del ginocchio – 2 materassi di lana – 4 cuscini di lana.

Nel contempo, il giovane doveva fare un regalo alla ragazza: un anello, degli orecchini e una spilla. La ragazza ricambiava regalandogli dei fazzoletti ricamati. Anche il padre del ragazzo portava in regalo alla ragazza un braccialetto, una cannacca (collana) o patentiffi (pendagli); il regalo di un oggetto con punte oppure religioso era di cattivo auspicio sia nel presente che nel futuro della coppia. Da questo momento in poi i due potevano vedersi soltanto un giorno della settimana e alla presenza della madre di lei, non potevano darsi la mano e si rivolgevano la parola stando seduti lontano, magari iniziando a scegliere la data delle nozze dalla quale veniva escluso il mese di maggio, nella tradizione popolare era il meno indicato; si diceva ” a maggio se sposano i ciucci”, quindi si prediligevano i mesi da giugno in poi.

Arrivava il tanto atteso giorno!

Prima di lasciare la casa natia e recarsi in chiesa, la giovane sposa doveva chiedere perdono ai genitori per eventuali dispiaceri che avesse procurato. Prima salutava il padre, s’inchinava e gli baciava la mano, lo ringraziava per averla messa al mondo. Il padre le poggiava la mano sulla testa e la benediceva. La madre, in disparte, piangeva, perché ad accompagnarla in chiesa sarebbe stato il padre e la madre sarebbe rimasta a casa. La sposa lasciando la casa paterna salutava tutti con il canto:
” È giunta l’ora re lu mio partire,
me voglio accumenzà a licenziare.
Ca mi licenzio ra li miei vicini,
si so’ stata superba a lu parlare.
Poi mi licenzio ra i frati cucini;
poi mi licenzio ra i frati carnali.
Poi mi licenzio ra mamma e tata:
loro mi benericino e me ne vao!”

La sposa arrivava davanti alla chiesa col padre seguita dallo sposo.
La fede nuziale era portata dal compare d’anello che diventava anche il padrino del primo figlio. Per la prima volta, sull’altare, gli sposi si potevano dare la mano.
All’uscita delle chiesa riso, mandorle e pochi soldi (1Lira – 5Lire) , come augurio di abbondanza e ricchezza.

Poi seguiva, per chi poteva permetterselo, Il pranzo per la cerimonia nuziale, che prevedeva: cavatielli, fusilli, con il ragù,carne arrostita sulla brace, prosciutto, soppressate, m’brugliatieddi, ‘a pezza re furmaggio, formaggio di capra o di pecora, e abbondante vino, per non parlare dei mostaccioli con o senza pasta reale, che venivano anche usati come bomboniera, arrotolati nel fatidico “cartoccio” (carta bianca per alimenti). Durante il fastoso banchetto erano previsti, quando possibile,  balli al suono di tarantelle che si protraevano anche nelle sere successive al banchetto nuziale,  per otto sere, fino alla domenica successiva. Alla fine di questa lunga liturgia,  la sposa salutava i commensali:

“Manno la buonasera a tutte e tutti,
a Ninno mio la manno ra parte.
Nu ramusciello carico re frutti,
tutto ‘mbastato re zuccaro e latte.
Miro lu Cielo ca criào lu frutto,
ma mamma toa ca te rìa lu latte.
Ca l’aggio girato lu munno tutto,
ma belli come a buie a nisciuna parte!”

A cui seguiva il canto dello sposo:

“Quanno nascisti tu, fior di bellezza,
màmmata parturìa senza rulòre.
Ca nascisti cu tanta contentezza,
nce nascisti nu juorno re lavoro.
La luna te runào la sua bellezza,
na rosa carmusìna ‘l suo culore.
Chesto te rico a te, fior di bellezza:
portami affetto ca te porto amore.”

Come in altre parti d’Italia, anche il Cilento ha vissuto alcuni matrimoni per Procura. Non tutti sanno che, dopo la seconda guerra mondiale l’Australia diventa una delle mete più perseguite dai Cilentani che nella riconversione delle attività agricole del luogo in senso industriale e nella persistente scarsezza di mano d’opera indigena, intravedono nuove possibilità per le loro esigenze lavorative. Emblematico, in proposito è stato il caso di Giuseppe Sansone da Cannalonga. Fatto prigioniero nel 1943 era stato portato in Australia e rinchiuso in uno di quei campi, dal quale veniva periodicamente prelevato dalla proprietaria di una fattoria perché eseguisse i vari lavori agricoli. Col tempo fra i due era nata una reciproca comprensione che si sarebbe in seguito tramutato in legame più intenso e duraturo. Al rientro in Cannalonga, finita la guerra, una fitta corrispondenza fra i due era preludio all’espatrio del Sansone che rientrato in Australia provvide in seguito a richiamare gli altri fratelli, Pasquale e Angelo. La via per l’Australia ormai era tracciata e da Cannalonga si creò un vero flusso verso quel continente, che vide, sia pure in misura ridotta, anche l’arrivo di Cilentani di altri paesi.

Dell’emigrazione in Australia vanno evidenziati due aspetti del tutto peculiari, per il contenuto umano che li caratterizzarono e per i risvolti a volte drammatici che in più occasioni essi assunsero.
Il primo di detti aspetti era dato dalla esasperata solitudine dei luoghi e dal relativo condizionamento psicologico che essi esercitavano sull’animo e sulla mente degli emigrati. Il secondo era inerente al fenomeno delle spose per procura che proprio in quegli anni e per quelle terre raggiunsero cifre assolutamente imprevedibili.

Passati i giorni felici del matrimonio, bisognava iniziare a mettere su famiglia!

La futura madre rispettava alcune antiche credenze che avrebbero potuto compromettere la sua gravidanza. Ad esempio, alla donna gravida era proibito scavalcare la corda dell’asino stesa per terra, ma doveva girarvi intorno, per non correre il rischio che il cordone ombelicale soffocasse il figlio che portava in grembo; non doveva scavalcare alcun tipo di rettile o di anfibio, perché se avesse scavalcato un rospo, il figlio appena nato s’abbuttàva, cioè si sarebbe gonfiato; giunta al settimo mese non poteva piantare in casa alcun tipo di erba o di pianta, se non voleva che il figlio le morisse nel ventre.

Le voglie, i vulìì erano frequenti durante la gravidanza e il marito cercava di soddisfarle in qualsiasi modo per evitare che la donna, toccandosi il corpo, imprimesse le sue voglie sul corpo del nascituro. di scoprire il sesso del nascituro era un desiderio che veniva appagato bruciando un pezzo di carta: se esso bruciava interamente, sarebbe nata una femmina, se ne restava anche solo un pezzettino, sarebbe nato un maschio. L’espediente più popolare consisteva nel guardare semplicemente la pancia della gestante: Panza chiatta vole la zappa; panza appizzuta vole lo fuso. La pancia piatta faceva presagire la nascita di un maschietto, destinato al lavoro dei campi, mentre la pancia appuntita indicava la nascita di una bimba, destinata a filare.

Anni or sono, il parto avveniva in casa: all’inizio delle doglie si chiamava subito la mammàna, la levatrice, che avrebbe aiutato la donna a partorire; se la mammàna non fosse arrivata il tempo, la suocera o la madre della partoriente le avrebbero dato una mano. L’importante è che non fossero presenti al momento del parto ragazze in età da marito, perché avrebbero tratto cattivi auspici per le maternità future. Si credeva inoltre che chi si fosse messo al fianco della partoriente avrebbe provato gli stessi dolori. Se il parto di una bambina avveniva durante la notte ed era stato molto laborioso, si diceva: “” Ha fatta ‘a mala nuttata e ‘a figlia femmena”” (ha trascorso una notte di dolore e per giunta ha avuto anche una figlia femmina), a sottolineare la “disgrazia” di non aver partorito un maschio. Appena nato, sul bambino venivano eseguite alcune pratiche: gli veniva passato un dito in bocca per rompergli la liatùra, legatura, per evitare che crescesse balbuziente; se nasceva una bambina, le si praticavano delle leggere pressioni sulle guance, perché le restassero le fossette, con una leggera pressione sul mento le veniva creata un’altra fossetta e si faceva in modo che l’ombelico restasse senza escrescenze. Dopo il parto, la madre doveva subito battezzare il figlio. Per paura di una morte precoce la mammàna o chi la sostituiva in quel momento, appena nato il bambino, pronunciava la sacra formula del Battesimo: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il bimbo veniva, successivamente, portato in chiesa dal padrino e dalla madrina, cumpàri e cummàri.

Partorire un figlio maschio era, per entrambe le famiglie, una fortuna, egli avrebbe ereditato la terra e la casa e avrebbe aiutato nei lavori più duri. La nascita di una figlia femmina veniva accolta con freddezza, perché la preoccupazione maggiore sarebbe stata quella di procurarle la rote, (dote), per il futuro matrimonio.

Al giorno d’oggi, si sa che le unioni sono diventate più effimere e l’amore che si prova verso un partner può essere solo un fuoco di paglia che si spegne brevemente. Tuttavia, anche se sembra ormai superata la prospettiva fra matrimoni di convenienza e matrimoni d’amore, fra interessi ed emozioni, resta un fattore determinante la posizione socio-economica e socio-culturale della persona.  E nessuno, proprio nessuno chiede più la mano al padre della sposa ma, semplicemente, i due giovani, quando prendono la decisione di sposarsi, lo annunciano loro alle rispettive famiglie, senza formalismi ma con tanti grattacapi per le rispettive famiglie.

Alcuni informazioni sono state tratte da

  • Dentoni Litta Fernando, Usi e costumanze sociali del Cilento, Circolo culturale “S. Mauro martire, San Mauro Cilento, 1992
  • “Usi e Costumi del Cilento” Di Rienzi – Della Greca  – Cilento Cultura.it

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