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Si usa dire,”Kkénne” e “ddénne”, nel dialetto Cilentano

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Nel dialetto cilentano corrispondono a due avverbi di luogo. “Kénne” (oppure “racchénne”) sta per “da queste parti” o “in questi luoghi vicini a noi”,. “Ddénne” (o anche “raddénne”) sta per “da quelle parti” o “in quei luoghi lontani da noi”. I due termini sono pronunciati rafforzando la consonante iniziale (e per questo ho scelto di raddoppiarla nel riportare i due termini in forma scritta).

Per spiegare il significato di questi due termini mi avvalgo della prima domanda che il vicino di casa fece ad un mio amico quando aveva appena fatto ritorno dall’America: “nè … ma se staje meglio kkénne o ddénne?” (ossia “si sta meglio qui , da queste parti, o là, da quelle parti?”. 



I due avverbi impongono un’analisi più approfondita in quanto sarebbe riduttivo tradurli in italiano semplicemente con “qua” e “là”. Per esprimere con una maggiore compiutezza i due avverbi, occorrerebbe risalire ad una concezione di “spazio” per come si assume maturata nello spirito del Cilentano. Il Cilento si caratterizza, lo sappiamo, da una miriade di piccoli paesi, a volte minuscoli, anche non molto distanti. Lo spazio urbano del paese e l’insieme delle terre circostanti, per secoli hanno costituito il limite, il confine, il microcosmo dove si consumavano nascita, vita, lavoro e morte. Il viaggio fuori dal paese rappresentava l’eccezione, l’extramoenia dove si rischiava di non essere riconosciuti e persino essere additati come “stranieri”.

Il limite spaziale veniva varcato in occasione della festa nel paese vicino o per la fiera nella ricorrenza di un santo. Il paese era anche la “patria”: ad esempio, in un caso criminale accaduto ad Omignano nel 1862 un giovane del luogo fu costretto a lasciare il paese per evitare di essere ucciso e per questo si rifugiò a Castellabate, paese non molto distante da Omignano; ebbene nelle carte del processo si diceva che il giovane era stato costretto a lasciare la “patria”; eppure da Omignano a Castellabate non correvano che poche miglia. Quelli che oggi sono i nostri piccoli comuni e le piccole frazioni, un tempo erano organizzati in “universitas”, ossia l’insieme di abitanti e terre che componevano il “villaggio”, dove l’uomo e la terra erano componenti inscindibili; l’ “universitas” è parola che rende forse il senso di una collettività o comunità ripiegata su sé stessa, autosufficiente, autogovernata, che consentiva sì lo scambio o il baratto con le comunità vicine in occasione dei mercati o fiere, ma pur sempre in un orizzonte di ritorno entro le mura amiche del villaggio.

Un aneddoto popolare, che per quanto probabilmente frutto di fantasia esprime comunque la nozione di “confine”, vuole che un marito partito di buon mattino da Gioi diretto a Cardile, di ritorno a casa la sera avrebbe esclamato alla moglie “o mugliere mia, sapissi quant’è gruosso lo munno!”. Bisogna pur dire che la distanza era quella segnata dai “passi”, dal cammino a piedi, almeno per la maggior parte della popolazione che non disponeva certo di calesse, mulo o cavallo.

In questo contesto gli avverbi di luogo “kénne” e “ddénne”, sopravvissuti ed usati tuttora con una certa costanza anche dai giovani, esprimono la descrizione ideale di un limite non solo geografico, ma anche sociale, la proiezione mentale di un perimetro, il “di qua” (“kkénne”), dove ci sono la famiglia e gli affetti, amici e parenti, l’ambiente sicuro; e il “di là” (“ddénne) dove si presumono insidie e pericoli o gli agguati dell’imprevisto, o più semplicemente l’ “altro spazio”, diverso.



Il “kénne” indica uno spazio geografico virtualmente intramurario. Il “ddénne” indica, di contro, un limite indefinito, sconosciuto, il varco dell’insondabile. “Kénne” indica lo spazio controllabile per quanto indefinito e vago. “Ddénne” indica, invece, lo spazio che disorienta, la “selva oscura”, l’ “oltre”, tutto ciò che sta oltre la cinta virtuale del borgo.

[P.S. I due avverbi portano una componente di “relazione” e di “confronto” tra due realtà: ad esempio, l’amico che mi incontrasse a Sessa o a Stella o a Omignano Paese, a me che vengo da Omignano Scalo (ma lo stesso lo potrebbe dire ad un altro che venisse da Velina o Vallo Scalo), chiederebbe d’istinto: “che se face ddénne vascio”, come a sottolineare due realtà differenti tra i paesi di montagna ed i paesi di pianura. Allo stesso amico che eventualmente dovessi incontrare in pianura, si potrebbe ripetere la stessa domanda: “ché se face ddénne coppa”]

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