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Cilento e Piemonte, il dolore che ci accomuna

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E’ stata una triste ripartenza. Sarebbe dovuto essere il primo fine settimana di quasi “piena libertà” dopo la catastrofe coronavirus che ha sconvolto le nostre vite per più di un anno e mezzo. Così non è stato! Un fine settimana funestato da tragiche morti. Tragiche morti che, purtroppo, accomunano due territori che del turismo ne fanno bandiera. Il Cilento ed il Piemonte accomunati da un unico dolore che in particolar modo hanno visto come tristi protagonisti dei bambini, privati della loro giovane vita in un attimo maledetto. Margarita è stata la prima a lasciarci. Un funesto epilogo complice un escursione su di un sentiero a strapiombo sul mare di Palinuro l’ha portata via ai suoi genitori. Ed è a loro che il mio pensiero è andato nel leggere la notizia. Perdere un figlio è il dolore più grande che si possa provare, è  una sofferenza straziante che mina il cuore nell’assistere invano alla sua perdita e la vita, dopo la perdita di un figlio,  diventa difficile e si ha l’impressione che non abbia un senso. Quella in Italia era la prima vacanza della piccola Margarita e della sua famiglia fuori dai confini della Germania dopo la pandemia. Avevano deciso di fare un giro e di visitare le bellezze della Campania alloggiando nel capoluogo, a Salerno, e spostandosi ogni giorno alla scoperta di nuovi posti. Venerdì erano stati a Palinuro, al mare. Le bellezze del Cilento li avevano affascinati al punto da tornarci anche il giorno successivo, ovvero quel tragico Sabato. Margarita ed i suoi fratelli (rispettivamente di sette, sei, due anni e poco più di dodici mesi) erano contentissimi di rivedere il mare e, al tempo stesso, di vivere liberi nella natura. E come tutti i bambini, erano presi da mille emozioni. Ma nulla avrebbe fatto presagire questa tragica fatalità a cui un colpevole non può essere ascritto se non il tragico destino.

Diversa la tragica vicenda a cui, inermi, abbiamo assistito avvenuta sui monti piemontesi, diversa negli accadimenti ma con un comune denominatore, la morte di giovani vite.  Storie che un breve lasso di tempo si sono intrecciate in quella cabinovia. Sorrisi, risate e, spensieratezza presumo, fossero all’apice sui volti e egli umori di chi quel giorno voleva allontanarsi da un periodo buio appena attraversato e che, come scrivevo, prima ci ha visto tutti protagonisti. Emblematica la vicenda della famiglia Israeliana.

Erano appena rientrati, appunto da Israele, dalla guerra, dai razzi e dai lutti senza fine. Anche se il cuore e la testa di Amit erano sempre là, su quel conflitto che ha anche riempito gli ultimi post del suo profilo Facebook. Hanno trovato la morte in una giornata di sole, durante «una gita in montagna che – racconta Milo Hasbani il presidente della comunità ebraica di Milano al Corriere.it – avrebbe dovuto restituire a tutti un po’ di spensieratezza». Un’intera famiglia annientata: Amit Biran, 30 anni, che si era trasferito a Pavia nel 2018 per studiare Medicina, la moglie, Tal Peleg, di 27, e Tom, il figlio più piccolo di appena due anni, che era nato proprio in Italia, nella città che la coppia aveva scelto per vivere. Con loro, anche due parenti venuti da Israele a trovarli. L’unico sopravvissuto, il bambino più grande di cinque anni. Che sta ancora lottando. Quando è arrivato, in condizioni molto gravi, all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, dicono i medici, piangeva disperato e continua a ripetere solo: «Lasciatemi stare, lasciatemi stare». Per lui non c’era nessuno.

La casa di Pavia in cui erano arrivati nel 2018, Amit e Tal l’avevano appena lasciata: «Avevano traslocato un mese fa, in un appartamento più grande e più vicino al centro perché l’alloggio era diventato troppo piccolo da quando la famiglia si era allargata», racconta un vicino. A Pavia, Amit studiava medicina e stava facendo il tirocinio. Ma la sua vita era legata a doppio filo a Milano. Qui, sorride ancora dalla foto grande della copertina del suo profilo Facebook: lui, con il figlio sulle spalle e sullo sfondo, il Duomo. Qui, per arrotondare, collaborava con la comunità ebraica. «Anche se, negli ultimi tempi, lo vedevamo meno spesso perché doveva concentrarsi per terminare l’università – racconta ancora il presidente Hasbani – I suoi figli frequentavano la nostra scuola e, proprio per questo, si occupava della sicurezza della scuola e di un servizio che noi chiamiamo protezione civile. Un ragazzo stupendo, sempre sorridente. Siamo increduli. Ci mancava solo questa dopo la terribile situazione di Israele». Nel loro Paese, Amit e Tal, che era originaria di Tel Aviv, tornavano spesso per andare a trovare la famiglia. L’ultimo viaggio, qualche settimana fa. Anche se questa volta, erano stati i loro parenti a raggiungerli. Un’occasione speciale da festeggiare con una gita su quel lago e su quel monte che per i milanesi sono una seconda casa. Un modo per spezzare l’angoscia che si respira in Medio Oriente.

Chiudo con una splendida Poesia della scrittrice Lucrezia Lerro su ciò che è accaduto a Stresa.

“Ci siamo alzati con la pioggia.
A Stresa le quattordici vite
non si sono più svegliate,
dopo aver visto i colori azzurro
verde del lago di Stresa,
sono svanite.
Piove ancora
mentre ascolto le storie,
i nomi e i visi al telegiornale,
se soltanto potessero
respirare di nuovo…
Eitan ha cinque anni,
quando si sveglierà in ospedale
chi cercherà per primo?”

© Diritti riservati
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