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sabato, 18 Maggio 2024
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Vita di paese, il fascino ed i luoghi comuni

Quando nasci in un piccolo paese, hai già una certezza nella vita: prima che tu emetta il primo gemito, tutti sanno già che sei al mondo. Eh sì, perché la vita di paese è così: appena muovi un passo, tutti ne sono a conoscenza prima ancora che tu lo faccia. E quale fra tutti i luoghi è la più colossale industria di fatti degli altri?
La fame che il “paesano” ha insita nel suo DNA di voler far pettegolezzo si sazia o almeno fino a qualche anno fa si saziava, in quel luogo mistico, ai limiti del trascendentale: il bar. Luogo, ormai passato in secondo piano, soppiantato dal  social network di turno. Nel mio piccolo paese, ai tempi si sussurrava: si capisce chi sei in base al bar da cui esci. E questa era un’etichetta che rimaneva inalterata per molto tempo, anche se tu, giovane di paese, emigrerai in un altro luogo, nonostante tutto resterai sempre uno che usciva dal bar X, ora è un po’ difficile “qualificare”.

Ovviamente, sto ironizzando (ma in fondo neanche troppo) sulla vita di paese. Vivere in un piccolo paese, composto da poche centinaia di case e una sola via principale che la attraversa da cima a fondo, ha il suo fascino. Al di là dei luoghi comuni che da sempre contrappongono il piccolo paese alla grande metropoli, come nella favola del topino di campagna e quello di città, c’è qualcosa di più che rende speciale vivere in questi angoli di terra.
I paesi , come il mio,  sono microcosmi autarchici dove la vita si svolge soprattutto “nel paese”, senza alcun contatto con il mondo esterno, escluso quei pochi turisti ed emigranti che rientrano a casa nei periodi di ferie (Agosto e Dicembre, sotto Natale). Vita sonnacchiosa, tranquilla, senza eccessi. Scandita nel tempo dalle domeniche di festa, dalle processioni e dalle feste patronali. Il silenzio del paese è rotto dai colpi di clacson che tutti usano per salutare i conoscenti (praticamente tutto il resto del paese), dai pochi venditori ambulanti con gli altoparlanti che ripetono la stessa, monotona, nenia e dalle campane della Chiesa, del paese “dirimpettaio”,  che scandisce inesorabile il tempo quotidiano.

I giorni, si  susseguono  seguendo il ritmo delle stagioni, ovvero l’estate si rimane  fuori sfruttando l’ultimo raggio di sole, e d’inverno già alle 5 del pomeriggio non si vede più un’anima, il tempo d’altra parte in questi luoghi sembra fermarsi. Stamani, recatomi al piccolo market per il pane (su poco più di  1000  abitanti il paese conta 2 alimentari e tre bar, un negozio di frutta, una farmacia, un negozio di mobili/elettrodomestici, una scuola elementare e media ed un presidio sanitario di guardia medica notturna), arrivato alla cassa qualcuno, pochi a dir la verità,  era in attesa di pagare, e lì mi sono reso conto di quanto siano  distanti i ritmi cittadini da questo luogo, guardando la cassiera che lentamente imbustava la spesa della cliente e si perdeva in chiacchiere di cortesia.

Qui nessuno ha fretta perché non c’è molto da fare: se va bene, si lavora nel paese stesso o in quello limitrofo, altri a qualche centinaio di chilometri da casa.  Non appena sono finite le incombenze lavorative e non fa freddo, ci si siede fuori per la strada, a chiacchierare del più e del meno con gli altri astanti. Per gli uomini ci sono le panchine delle piazze ed i tavoli del bar, dove tra una birra ed una partita a carte, si trascorre il tempo in attesa della cena o di andare a letto. Rituali quotidiani, solo sporadicamente intaccati dal calendario religioso  e dalle sue tradizioni, come le processioni alle quali prende parte l’intero paese. In queste occasioni sono gli uomini ad essere protagonisti, ma da qualche tempo anche le donne,  dandosi il cambio nel portare la statua lignea del santo per le vie, dietro alla banda ed al prete, che intona preghiere e litanie alle quali fa eco il codazzo, intento a fare tutt’altro,  dei restanti paesani.

Dicevo che qui si conoscono tutti. In realtà, a ben guardare, siamo quasi tutti parenti fra noi ed imponendo la tradizione di dare ai nipoti il nome dei nonni, spesso si usa chiedere “di chi sei figlio tu ?” per ricostruire la discendenza ed individuare la famiglia di origine. Qui, una volta si usava  dare del Voi, una forma di rispetto presente anche dentro le famiglie  e la massima autorità del Paese il parroco. L’unico segno di metamorfosi, oltre al ricambio generazionale dovuto all’inesorabile avanzare degli anni, è dato dall’edilizia spregiudicata di questi piccoli paesi, dove la popolazione diminuisce ma i cantieri di nuove case aprono e, troppo spesso, rimangono aperti per decenni (se non proprio abbandonati): il valore delle case e dei terreni è talmente basso che ognuno si costruisce la propria villetta, soprattutto nella “periferia” dove si trovano le seconde case (estive) degli “esuli”. E mentre il centro storico, con simpatiche casette in pietra, si spopola e crolla.

Anche la classe politica locale è bloccata nell’immobilismo temporale del paese, della cui attività si ha pubblicità solamente nelle chiacchiere al bar o, come la moda del momento impone, sui social. L’ordine pubblico è  affidato ad un vigile urbano che si limita giusto a qualche veloce giro di controllo anche perché il massimo della delinquenza che vive il paese è rappresentata dalle marachelle degli adolescenti annoiati.
L’estate , soprattutto Agosto,  è il periodo in cui il paese rinasce. Quando gli esuli e le loro famiglie tornano in patria e le strade si affollano di auto nuove e targhe straniere o del nord Italia. Quando le “comari” del paese hanno finalmente argomenti nuovi di che parlare ed iniziano a guardarti e poi, in coro, “Buonaseraaa“.  E poi d’Agosto ci sono le sagre e le feste paesane, momento collettivo di festa e di orgoglio, alla cui realizzazione partecipano tutti …… o quasi. E poi, piano piano, il paese torna a spopolarsi. Rimangono solo gli anziani ed i pochi coraggiosi che hanno deciso di vivere qui. Si svuotano le strade, i bar, i pochi negozi. Economia “di sussistenza” per trascinare il paese fino alla prossima estate, quando finalmente torneranno tutti al paese, per andare ancora avanti, un altro anno.

© Diritti Riservati

Alessandro Giordano
Alessandro Giordano
Dal Marzo 2015 racconto la nostra terra, il Cilento, mostrandola con gli occhi di chi la ama, la vive e vuole contribuire a farla apprezzare di più ai turisti e ai Cilentani stessi. La Storia, i Personaggi, la Cultura, le Tradizioni e le Contraddizioni, il patrimonio artistico, gli eventi e le iniziative in programma che ritengo più interessanti segnalare, i musei, le attrazioni e le proposte per i turisti, il cibo ed i prodotti del territorio sono i temi principali dei miei articoli.

1 commento

  1. Si è così come tu hai descritto, ma c’è molto altro…. in particolare la “malvagità è l’invidia” di taluni (ma è cosa che si trova in ogni luogo) è solo questione di scala urbana….!
    Poi ci sono quei sentimenti e sensazioni che ciascuno si porta dietro dall’infanzia (dai profumi ei rumori nelle strade o viuzze), l’affetto incondizionato per la sacralità delle proprie origini.

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