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Moio della Civitella: GiBAM, l’opera abbandonata

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Sono ben frequenti nel panorama delle opere pubbliche i casi di iniziative anche di grande entità lasciate “incompiute” per cause le più varie, talune serie e complesse, talaltre meno nobili e talora addirittura corruttorie, come sarebbe abbandonare un’opera in corso di attuazione per avviarne un’altra procacciatrice di voti; il tutto utilizzando a’ fini esclusivamente formali lo stanziamento dell’opera abbandonata, che resta appunto “incompiuta”. Tutte presentano problemi assai complessi, sia per il degrado del territorio su cui insistono e per i disagi che non di rado comportano, sia per lo scempio di pubbliche risorse di cui sono dolorosa testimonianza.

Anche nel Cilento, certo non ne sentivamo il bisogno, esistono alcune opere tra incompiute e abbandonate, le quali continuano a gravare pesantemente sull’economia del territorio con i loro ingenti costi di costruzione, manutenzione e, con il passare degli anni, le continue modifiche legislative e l’inevitabile degrado/inquinamento se non se ne usufruisce, di potenziale abbattimento.

Nonostante il numero apparentemente esiguo, il danno causato a livello paesaggistico ed ecologico, oltre che economico, è ingente e irrecuperabile in gran parte dei casi, e possono essere molteplici i motivi per i quali un’opera venga abbandonato, o la sua costruzione venga interrotta: mancanza di fondi per terminare la costruzione o la demolizione, impedimenti a livello catastale o ecologico (ad esempio, l’inadeguatezza del suolo sul quale si costruisce o presenza di condutture sotterranee), rischi per la popolazione che abita all’interno o nei dintorni di dette opere per via dell’utilizzo di materiali tossici e pericolosi e una lunga lista di altri motivi fra cui anche la poca capacità di attenzione al territorio.
A  Moio della Civitella, borgo dell’entroterra cilentano, è possibile vedere con i propri occhi gli effetti dell’ ennesimo  abbandono di un’opera che per i cittadini del borgo ma anche per i cilentani tutti, sarebbe potuto essere  un “fiore all’occhiello”….ormai “appassito”.

Nell’intenzione del suo ideatore doveva essere un capolavoro di innovazione, un intervento conservativo degli habitat naturali, della biodiversità e delle antiche testimonianza della vita agraria della nostra terra, con percorsi didattici, escursionistici ed aree di sosta attrezzate per far vivere i boschi e diradare le specie alloctone e infestanti. Ma “il giardino botanico dell’appennino mediterraneo”, questo il nome dato all’opera (GiBAM abbreviato),  è diventato nel tempo il paradigma dell’approssimazione all’italiana.

L’Intervento di riqualificazione e valorizzazione naturalistica e di fruizione didattico-ricreativa di un’area forestale ad elevato pregio ambientale sito in Località Retara del Comune di Moio della Civitella veniva finanziato con il PSR Campania 2007-17 Misura 227 per un importo complessivo di  €. 208.000.

Lavori definiti e portati a termine nel novembre del 2015 e (presumibilmente) collaudati, poi,  nel 2016 dichiarandone piena fruibilità, riportando la gestione e relativa manutenzione  al  Comune stesso, al quale l’esercizio dell’area non avrebbe generato nessun costo aggiuntivo, rispetto a quanto già destinato a bilancio per la gestione del verde pubblico, quindi “l’impianto” poteva essere avviato e gli abitanti del luogo ma non solo avrebbero potuto usufruirne e trovarne, chissà, giovamento anche le stesse casse pubbliche (??!!).

Ora, a distanza di anni dal suo mancato “avvio”,  i cittadini e le associazioni di Moio della Civitella, chiedono all’Ente di prendere una netta posizione, decidere rapidamente il destino della struttura e conoscere il motivo di tale abbandono e inutilizzo;  Apprendere i motivi per cui, non sono state effettuate le attività di manutenzione necessarie a consentirne la conservazione nel tempo e essere informati, se si sono manifestati  in qualche modo,  i benefici previsti e stimati in fase di progettazione dell’opera.

A volte, come nel caso di Moio, il recupero dell’esistente assume un valore molto più importante della costruzione “a tutti i costi” del nuovo, soprattutto in un territorio come quello del Cilento interno  dove la ripartenza (anche se non è mai partita) dell’economia potrebbe fondare il suo potere di ingaggio nel turismo, unico, al momento, in grado di generarne nuove.

Eppure, sempre più spesso negli ultimi tempi si sente parlare di “riutilizzo” e “valorizzazione degli spazi”, sull’onda di una sorta di ambientalismo dettato più una tendenza passeggera, che da serie convinzioni. Se infatti, da una parte aumentano i progetti che prevedono una nuova destinazione d’uso a vecchi edifici abbandonati, spazi inutilizzati e quant’altro, dall’altra non si arresta un’urbanizzazione sgangherata che si insinua nei nostri luoghi, deviandone la coesione sociale.

Il nostro territorio, nel suo piccolo, non è da meno. Il Cilento vanta, come scrivevo, una lunga lista di edifici, aree verdi, piccole e grandi strutture abbandonate che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma che abbiamo imparato a considerare, purtroppo, parte del paesaggio urbano. Una decadenza che abbiamo incosapevolmente accettato come se non vi fosse altro modo di vivere questa terra ed i suoi spazi.

Tuttavia sono necessarie manovre decisive per abbattere completamente questo muro, uno dei tanti muri che ostacolano il paventato progresso del nostro Cilento e gli impediscono di fare il salto di qualità di cui ha decisamente bisogno per risollevarsi.

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