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Opinioni - 28 Gennaio 2019

Le mani delle “mafie” sul Cilento

Il Cilento deve continuamente tenere alta la guardia, poiché il malaffare c’è anche se non si vede, come sostiene ed emerge dalla relazione delle forze di polizia in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario di Salerno

Se in passato l’insediamento della malavita nel Cilento, è stato possibile grazie al minor controllo che le autorità riponevano nel problema ritenendo presumibilmente che non ci riguardasse, – facile persino oggi imbattersi in persone che ne negano l’esistenza -, negli ultimi anni è stata semplificata la strada d’accesso a causa dell’intensificarsi della maggiore offerta turistica per quanto concerne le nostre coste.

Il Cilento deve continuamente tenere alta la guardia, poiché il malaffare c’è anche se non si vede, come sostiene ed emerge dalla relazione delle forze di polizia in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di Salerno.

“La zona del Cilento risulta esposta al tentativo di infiltrazioni camorristiche nel tessuto economico”  – La zona – si legge – si è caratterizzata di recente da un significativo sviluppo del settore turistico che ha portato negli anni un notevole incremento di investimenti nel settore immobiliare e in attività commerciali e di intrattenimento, divenendo appetibile sia per lo spaccio di sostanze stupefacenti sia per il reimpiego di denaro di provenienza illecita.  Il Cilento, inoltre, per la sua collocazione geografica, risente anche dell’influenza anche di organizzazioni criminali calabresi”.

Analisi inquietante, ma a dir poco, forse, risaputa viste le sostanziali quanto riprovevoli vicende accadute e narrate negli anni scorsi, dall’omicidio del Sindaco Pescatore alla ormai nota vicenda del Castelsandra, definito “l’hotel della camorra”. Già nel luglio 2016,  partite da un troncone dell’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo e da una sua denuncia su di una presunta piazza di spaccio nella sua Acciaroli, la Dda di Catanzaro iniziò a monitorare la cosca cosentina dei Muto , indagine poi conclusa con  l’arresto, da parte dei carabinieri, di 58 persone nell’ operazione “Frontiera”.


Infatti, le principali attività investigative della Dda e dell’antiterrorismo, nel 2017, avevano già evidenziato questo fenomeno ancorchè concentrato sul traffico di sostanze stupefacenti , le indagini evidenziano come il territorio: “costituisce una piazza di spaccio  di riferimento importante per il mercato della droga”; sulla infiltrazione dei gruppi mafiosi “varie indagini confermano l’accresciuta vitalità dei gruppi malavitosi, dell’hinterland Napoletano” –  come scoperto qualche giorno fa dalla Procura di Vallo della Lucania e di alcune cosche appartenenti a famiglie di ndranghetisti.

Ma, il Cilento, è anche territorio di rilievo per l’attrattività turistico-culturale nella filiera agroalimentare, esso costituisce un indicatore significativo dell’importanza strategica di questo settore nell’economia territoriale che può essere sinonimo seduttivo per chi volesse espandere la propria attività di riciclaggio o altro.

In uno dei tanti rapporti evidenziati dagli inquirenti,  intitolato le mafie nel piatto, si legge: “Tra tutti i settori ‘agromafiosi’, quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali (…) Alcune cosche, manifestano un particolare interesse, ad esempio, nei confronti dell’acquisizione e della costituzione di aziende agricole, ma anche della grande distribuzione alimentare (centri commerciali e supermercati).


Ma si sa, il male si incancrenisce dove esiste già una piccola ferita e certamente chi ha tenuto, tiene le redini del carrozzone, non è restato impassibile ai fiumi di miliardi elargiti dallo Stato per lo sviluppo del sud Italia e quelli comunitari per le “aree depresse”. Continui inaffiamenti politici in vista soprattutto delle elezioni, in un mezzogiorno condannato alla deindustrializzazione e al sottosviluppo, hanno trasformato  la classe dominante in un partner perfetto per chi voleva espandere i propri interessi e tentacoli.

Una delle principali ragioni di espansione di chi vuole arricchirsi con il malaffare, è infatti quella della gestione economica di flussi di capitali attraverso la concessione di appalti e autorizzazioni.

Emblematica, la vicenda della “strada fantasma”, così fu all’epoca definita, la Provinciale 108 Casal Velino – Celso, appaltata ma mai realizzata e per la quale Angelo Vassallo, per  ben sette volte aveva scritto, ai referenti dell’amministrazione Provinciale,  per sapere cosa stesse avvenendo sottolineando  che l’impresa non risultava  aver portato in cantiere “un solo metro cubo di materiale per eseguire la massicciata stradale”, oltre che, a fronte di un impegno in bilancio per un importo compreso tra i cinque e i sette milioni di euro, era stata appaltata per appena 650mila euro e  tale cifra non sarebbe bastata per ultimare l’opera.“

Inascoltato verbalizzò, poi, presso gli uffici della Guardia di Finanza di Salerno, i suoi sospetti sull’appalto per la costruzione della strada. L’audizione in Procura del Luglio 2010, costituisce l’ultimo atto di una lunga battaglia ingaggiata dal Sindaco su quei “lavori” prima di essere assassinato nel settembre dello stesso anno.

Combattere le mafie, in ogni loro sembianza, significa oggi voler riprendere potere sulle nostre vite e sui nostri territori, agendo sulle cause che spingono alla criminilità sociale. Ai meccanismi di controllo delle mafie noi rispondiamo con l’attivazione dal basso, ossia lottando per un mondo più giusto che possa abbattere disuguaglianze e marginalità sociale, praticando una idea nuova di gestione partecipata dei nostri territori, pretendendo leggi contro le grandi speculazioni ambientali e finanziarie.

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