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Editoriali - Reflussi - 4 Febbraio 2019

Venezuela, Nazione per secoli seconda casa del Cilento

I fatti: Il Venezuela, da giorni, continua ad avere due presidenti. Il presidente dell’Assemblea Nazionale (il parlamento) Juan Guaidó rivendica il diritto costituzionale di svolgere le funzioni di presidente ad interim, fino a convocazione delle prossime libere elezioni. Il presidente in carica, Nicolas Maduro, un ex autista di autobus che ha fatto carriera grazie al fatto di essere un sindacalista di sinistra nonché amico del dittatore Hugo Chavez , denuncia un tentativo di colpo di Stato nei suoi confronti.

L’opposizione accusa Maduro di elezioni fraudolente per la sua conferma il 20 maggio 2018 e di aver illegalmente esautorato un parlamento regolarmente eletto. Il Venezuela negli ultimi anni ha assistito a un continuo peggioramento delle condizioni economiche. Tra il 2014 e il 2017, il Pil del paese si è contratto del 30 per cento, mentre l’inflazione sta raggiungendo cifre che superano il milione percentuale.



La produzione petrolifera nazionale è crollata da 2,5 milioni di barili al giorno nel 2015 a 1,1 milioni di barili a novembre 2018 riducendo di conseguenza sia l’accesso a valuta estera, indispensabile per finanziare le importazioni, sia le entrate nelle casse pubbliche. Le ripercussioni sul popolo venezuelano sono state tremende, essendo venuti a mancare beni di prima necessità – come medicinali e cibo –, costringendo più di 1 milione e 300 mila venezuelani a scappare dal 2015 ad oggi. Le sanzioni americane hanno inasprito le già precarie condizioni strutturali dell’economia venezuelana. Migliaia di persone cercano di scappare dal paese ogni mese.

Ma perchè il Cilento, dovrebbe essere dalla parte del popolo Venezuelano che inneggia a Guaidò !?

Quanti Cilentani, hanno dovuto dire addio alla propria famiglia, agli amici, alla propria casa al proprio paese, alle sue strade, ai suoi panorami, ai suoi colori, ai suoi sapori. Partire per un paese straniero, senza conoscere la lingua e con pochi soldi. Una storia che si è ripetuta nei secoli, coinvolgendo diverse generazioni.

Una storia spesso a lieto fine, ma non bella. Una storia, comunque, vera. Storia da raccontare, affinché le nuove generazioni conoscano i sacrifici dei padri, nella speranza che un giorno le cose cambino ed esse, questi sacrifici non li debbano fronteggiare. È la storia dell’emigrazione dalla nostra terra, una storia infinita che, a tutt’oggi, sembra non voler ancora scrivere il suo ultimo capitolo.

Come tutte le zone o Regioni dell’Italia meridionale, il Cilento, ha dato all’emigrazione il suo grande tributo. Nel computo di tale tributo, ovviamente, vanno inclusi i tanti nostri conterranei, che partirono soprattutto da Camerota , Moio della Civitella, Sicignano degli Alburni ecc. verso il Venezuela. Con tanta forza d’animo, determinazione e speranza, partivamo verso un “nuovo mondo”, con fagotti e valigie di cartone, con gli occhi persi verso un orizzonte nuovo che li aspettava, con un desiderio recondito, quello di tornare, sogno che per alcuni non si è mai realizzato, ma sogni e speranze, si tramutavano in  responsabilità verso loro stessi e verso le loro famiglie.

Si apprestavano ad un viaggio lunghissimo, avrebbero vissuto per settimane nella pancia di un piroscafo, sperando di non ammalarsi prima del sospirato arrivo. I Cilentani, partivano perché desideravano una vita migliore, ambivano ad un tenore di vita che in Italia non avrebbero mai raggiunto, partivano per fuggire dalla povertà. È difficile descrivere con precisione l’andamento dell’emigrazione da questi piccoli  paesi, perché i dati che si hanno a disposizione sono per lo più dati generali.



Ma lo spunto può essere preso da un Saggio, “Una emigrazione di prima generazione in America Latina:  –  il caso del Venezuela “ – del prof. GiuseppeD’Angelo, docente del Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell’ Università di Salerno .

Il professor D’Angelo scrive: Sino alla seconda metà del XX secolo, il Venezuela non rappresenta una meta dell’emigrazione italiana che pure, tra la fine del secolo XIX e l’inizio di quello successivo, ha vissuto una lunga stagione di partenze, in molti casi di definitivi abbandoni, orientati principalmente verso gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile.

Sino alla conclusione del secondo conflitto mondiale, la comunità italiana era stimata tra quattromila e seimila unità. (Dopo la guerra inizia un breve e intensissimo periodo di migrazioni dall’Italia verso il Venezuela che segna gli anni Cinquanta e si interrompe, bruscamente così come si era avviato, con la caduta di Marcos Pérez Jiménez, il 23 gennaio 1958; durante gli anni immediatamente successivi, si assiste all’esaurimento degli arrivi – orientati ora, prevalentemente, verso i paesi europei e verso il triangolo industriale italiano, Milano-Torino-Genova – e a un più consistente flusso di rientro. Per clima e per posizione geografica, anche se era da molti sconsigliato cercare fortuna nel paese caraibico, a causa delle condizioni economiche del paese , il Venezuela rappresentava la meta più opportuna per gli emigrati italiani.

Le sue enormi risorse agricole e minerarie e la grande disponibilità di terre, ne facevano  il luogo ideale per impiantare nuove attività e per prosperare. Con la Legge de Inmigración del 1921, il Venezuela propiziò gli arrivi, concedendo grosse estensioni di terra col solo obbligo dell’impegno a coltivarle; inoltre, il governo offriva crediti per l’acquisto di concimi e sementi.

Ma non solo,  una grande civiltà li attendeva. Al porto de La Guaira, trovavano strutture di accoglienza che potevano ospitarli da quel momento, fino alla partenza verso le altre destinazioni all’interno del paese. Sembra esserci un filo conduttore in questa ed altre storie di emigrazione, da un paese ad un altro, da una regione ad un’altra.

Personalmente, fatico a considerare “di sinistra” un governo che pratica ogni forma possibile di sfruttamento dell’uomo sull’uomo che nega ogni assistenza sociale, che ha creato una gigantesca forbice tra i ricchi e tutti gli altri che tirano a campare con poco cibo. Inoltre la “non ragione” di Maduro è un establishment ipernazionalista, militarista, guerrafondaio (la passione principale dei militari è andare ad ammazzare le minoranze etniche) e molto altro.

Questo, ovviamente, senza dire dell’assenza di libertà civili. Non sono poche, ecco alcune delle non qualità per cui il Cilento, ma oserei scrivere l’Italia intera, debba senza se e senza ma opporsi all’antipolitica perlopiù dittatoriale di Maduro e collaborare nel riconoscere a questa Nazione, per secoli una delle nostre “seconde case” la legittimità di scegliere la LIBERTA’ sotto tutte le sue forme.

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