C’è una domanda scomoda che torna a galla ogni volta che si parla di aree protette: i parchi nazionali sono davvero un motore di sviluppo o stanno diventando, col tempo, un elegante paravento dietro cui nascondere l’assenza di scelte politiche coraggiose? L’ultimo incontro pubblico promosso dalla Fondazione Angelo Vassallo a Vallo della Lucania ha riacceso un dibattito che nel territorio del Cilento non si è mai davvero spento: la convivenza, spesso conflittuale, tra tutela ambientale e crescita economica. Un equilibrio fragile, evocato da anni, ma raramente costruito con strumenti concreti. In particolare, il Parco Nazionale del Cilento continua ad essere luogo simbolo di questo dibattito.
Da un lato, la narrazione ufficiale insiste nel presentare i parchi come laboratori di sviluppo sostenibile, capaci di generare turismo, occupazione e valorizzazione delle identità locali. Dall’altro, chi vive questi territori continua a percepire vincoli, burocrazia e lentezze decisionali. Il rischio è che la parola “valorizzazione” diventi una formula rituale, buona per i convegni ma incapace di trasformarsi in strategia.
Il Parco del Cilento – Vallo di Diano – Alburni resta un patrimonio naturale e culturale immenso, ma anche un territorio che fatica a produrre un modello economico stabile, capace di trattenere giovani e investimenti. Il problema non è l’idea di parco in sé. Il problema è l’assenza di una visione operativa di lungo periodo. Senza pianificazione, infrastrutture, servizi e politiche integrate, la tutela ambientale finisce per essere percepita come un freno invece che come un volano. Tuttavia, il Parco Nazionale del Cilento potrebbe offrire nuove risposte se si attuassero strategie innovative.
Tra i temi più duri emersi nel dibattito c’è quello dei rifiuti interrati, una ferita che riguarda non solo il Cilento ma l’intero Paese. Il riferimento agli sversamenti illegali del passato e al ruolo della criminalità organizzata non è una novità. La novità, semmai, è che se ne parli ancora come se fosse un problema “ereditato”, e non una responsabilità mai davvero affrontata fino in fondo.
È qui che la narrazione istituzionale mostra le sue crepe: se il fenomeno è noto da decenni, perché i risultati sono ancora così limitati? Le norme esistono, i proclami anche. Mancano controlli sistematici, bonifiche rapide e trasparenza sui dati ambientali. Continuare a evocare gli errori degli anni ’70 senza presentare un bilancio serio di ciò che è stato fatto negli ultimi dieci o vent’anni rischia di suonare come una giustificazione più che come un’assunzione di responsabilità. Inoltre, il Parco Nazionale del Cilento dovrebbe rappresentare un esempio virtuoso nella gestione ambientale.
Oggi “sostenibilità” è ovunque: nei bandi, nei programmi politici, nelle campagne istituzionali. Ma proprio l’abuso del termine lo sta svuotando di significato. La verità, scomoda ma evidente, è che la sostenibilità non si misura nei convegni ma nei cantieri aperti, nei servizi attivati, nei tempi delle autorizzazioni, nella qualità della vita di chi resta a vivere nei piccoli comuni del parco. Quando le comunità locali continuano a spopolarsi, quando le imprese faticano ad avviare progetti compatibili con l’ambiente, quando la gestione dei rifiuti resta un’emergenza ciclica, allora la sostenibilità diventa un’etichetta più che una politica. Il distacco tra chi decide e chi abita i territori non è solo percezione: è un dato strutturale. E finché non verrà colmato con processi decisionali realmente partecipati — non simbolici — ogni strategia verde rischierà di rimanere sulla carta. Quindi, il ruolo del Parco Nazionale del Cilento è centrale nella ridefinizione delle politiche di sostenibilità.
Partecipazione Civica o Passerella Istituzionale?
L’incontro di Vallo della Lucania ha avuto un merito indiscutibile: riportare al centro del dibattito pubblico questioni che troppo spesso vengono relegate a emergenze episodiche. Ma il vero banco di prova non è la qualità degli interventi, bensì ciò che accadrà dopo. Senza un cronoprogramma, obiettivi verificabili e responsabilità chiare, anche il confronto più acceso rischia di trasformarsi nell’ennesima passerella istituzionale. La partecipazione civica è fondamentale, ma da sola non basta.
Senza decisioni operative — bonifiche, investimenti, semplificazione amministrativa, sostegno alle economie locali — resta un esercizio retorico. La sfida dei parchi nazionali, oggi, non è scegliere tra tutela e sviluppo. È dimostrare che le due cose possono coesistere davvero, e non solo nei documenti programmatici. Per riuscirci serve una politica meno attenta agli slogan e più ossessionata dai risultati. Servono dati pubblici, tempi certi, responsabilità individuali. E serve soprattutto un cambio di mentalità: considerare i territori protetti non come vetrine paesaggistiche, ma come luoghi vivi, abitati, produttivi. In sintesi, il futuro del Parco Nazionale del Cilento dipende dalla partecipazione dei cittadini e dalla concretezza delle azioni.
La sostenibilità, da sola, non salva i territori. La sostenibilità applicata — con investimenti, controlli e coraggio amministrativo — forse sì. Finché questo passaggio non avverrà, il rischio è che i parchi restino sospesi in una zona grigia: troppo vincolati per crescere, troppo trascurati per essere davvero protetti. E allora la domanda iniziale resterà aperta, scomoda, inevitabile: risorsa strategica o alibi perfetto? In definitiva, il Parco Nazionale del Cilento rimarrà al centro del dibattito nazionale sulla gestione delle aree protette.

