Un amico, qualche giorno fa, mi ha sottoposto la lettura di una notizia rilanciata con entusiasmo da uno di quei personaggi “prestati alla politica” che, a leggere bene, sembrano più abili con gli slogan che con la conoscenza reale dei territori. Tema: la sanità nel Cilento. Ovvero una delle ferite più profonde e mai rimarginate di questa terra, da decenni ostaggio di disservizi, carenze strutturali e promesse puntualmente disattese. La proposta, presentata come una sorta di ricetta salvifica, parte da un dato numerico che, di per sé, nessuno contesta: i Distretti Sanitari 69, 70 e 71 servono quasi 200.000 cittadini.
56.000 nel Distretto 69,
96.000 nel Distretto 70,
44.000 nel Distretto 71.
Numeri importanti, che fotografano un’area vasta, complessa, frammentata, con enormi problemi di viabilità, spopolamento e accesso ai servizi. Proprio per questo, viene detto, non può essere governata senza “Distretti forti” e senza una reale integrazione tra territorio, emergenza-urgenza e ospedali. Fin qui, nulla da eccepire. Anzi: sono anni che cittadini e operatori sanitari chiedono esattamente questo. Il problema nasce quando, dietro parole rassicuranti come “rete”, “integrazione” ed “efficienza”, spunta la vera ossatura della proposta: nuove ASL, un Direttore generale con poteri amplissimi e l’introduzione del Direttore d’area, una figura che – non a caso – si occuperebbe esclusivamente di budget.
Ed è qui che il castello inizia a scricchiolare. Perché mentre si proclama che Roccadaspide, Agropoli, Vallo della Lucania e Sapri “non devono essere messi in competizione ma messi in rete”, nei fatti si disegna un modello che concentra potere decisionale, allontana i centri di comando dai territori e riduce la sanità a una questione contabile. Altro che prossimità: questa è centralizzazione mascherata da riforma.
Un Direttore d’area che guarda solo ai numeri, ai tetti di spesa e ai bilanci difficilmente potrà comprendere cosa significhi, per un anziano dell’entroterra cilentano, percorrere decine di chilometri per una visita. O cosa voglia dire gestire un’emergenza sanitaria in un’area dove i tempi di percorrenza possono fare la differenza tra la vita e la morte. Il rischio concreto è quello di indebolire ulteriormente i servizi locali, svuotare i distretti del loro ruolo e aumentare la distanza – già abissale – tra chi decide e chi subisce le decisioni. Una riforma che parla di efficienza, sì, ma che rischia di produrre più burocrazia, più livelli di comando e, paradossalmente, meno sanità reale per i cittadini.
Il Cilento non ha bisogno dell’ennesima architettura amministrativa, né di nuovi direttori con super-poteri. Ha bisogno di medici, infermieri, presìdi funzionanti, ambulanze, reparti aperti e servizi territoriali che rispondano ai bisogni concreti delle persone. Tutto il resto, per quanto ben confezionato, assomiglia più a un esercizio di ingegneria politica che a una vera riforma sanitaria. E il Cilento, francamente, non può più permettersi esperimenti sulla pelle dei suoi cittadini.

