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“Nessun posto al mondo”: la salvaguardia di una antica tradizione del Cilento, la transumanza

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Vanina Lappa, regista italo-francese, dopo Sopra il fiume (2016) che vince il Filmmaker Festival di Milano, ha deciso di immergersi, nell’approfondimento delle antiche culture e tradizioni radicate nel nostro prezioso patrimonio ed in particolare quello del Cilento. “Nessun posto al Mondo”, questo il titolo del docu-film, si erge come un forte baluardo dedicato alla salvaguardia di una millenaria usanza: la Transumanza. Questa pratica che si fonde armoniosamente con i costumi e le tradizioni tipiche della nostra terra, spesso sacrificate sull’altare del crescente e incontrollato sviluppo degli interessi individuali.

Il film, nei Cinema dal 7 Maggio distribuito da “La Sarraz Pictures”, narra di Antonio,  pastore cilentano che pratica la transumanza da tutta la vita. Potrebbe sembrare un uomo solo, eppure per lui i suoi cani (tenuti rigorosamente senza guinzaglio) e i suoi animali da pascolo sono la compagnia e la gioia della sua quotidianità. È lui il protagonista di Nessun posto al mondo, un documentario d’osservazione e di sottesa ma chiara denuncia, che nella regia e scrittura di Vanina Lappa viene eretto a monumento in carne ed ossa di una pratica e uno stile di vita ormai in via d’estinzione.

Antonio è se stesso solo quando è su in montagna. Praticare la transumanza fa parte profondamente della sua identità, e il fatto di dover pagare tasse sempre più salate per portare il bestiame al pascolo – con grande disparità rispetto ai residenti del comune – mette in crisi non solo il suo mestiere ma la sua dignità. Ed è esattamente qui che Nessun posto al mondo, pur non avendo  mai toni diretti d’accusa – ma semplicemente accompagnando silenziosamente Antonio nelle sue giornate – diventa un documentario politico, un modo di fare luce su un problema socio-culturale per niente scontato: la conservazione del patrimonio storico-culturale delle aree montane e rurali. “Nessun posto al mondo” è un documentario che sa di libertà, di ostinazione, ma è anche un grido d’allarme. Quel “posto al mondo” del titolo ci sembra essere, metaforicamente, quel posto a cui si appartiene profondamente. Non un luogo fisico, ma una parte integrante della dignità di chi, come Antonio, non vorrebbe né potrebbe vivere in nessun altro modo, mentre invece rischia di venire privato di ciò che gli sta più a cuore.

In questo senso il film è un documentario profondamente malinconico, che non offre soluzioni né punta il dito, ma che nella documentazione audio-visiva vede già realizzato il suo intento politico. Ci riporta al cinema di Ermanno Olmi, ai suoi volti, ai suoi personaggi, creando tuttavia – diversamente da Olmi – immagini volutamente imperfette, tremanti, che personificano la presenza fisica di chi osserva, per poi fissare le idee in immagini invece estremamente estetizzanti, narrative e rivelatorie (come quella di Antonio illuminato dal buio dei fuochi d’artificio, a fianco di una sua mucca, mentre osserva il paese dall’alto).

“Attraverso il mio primo film – spiega la regista – mi sono addentrata nelle dinamiche di paese di un piccolo villaggio dell’entroterra del Cilento. Mentre giravo è nato il desiderio di realizzarne un secondo. Capivo che oltre il villaggio, verso le campagne e nella montagna, c’era un territorio altro, fatto da un dialetto tanto incomprensibile, quanto le leggi che lo abitano. Un luogo popolato da donne uomini piante e animali che convivono in un paesaggio fuori dalle istituzioni e dalle leggi del villaggio, dove l’esterno, a cui inconsapevolmente si resiste, è un mondo parallelo.

Entrare in questo mondo è stato il desiderio che mi teneva ancorata a fare questo film, ma ciò che mi ha fatto proseguire questo percorso è stato l’incontro con Antonio, il protagonista, un uomo che attraverso il rapporto con gli animali sembra trovare un posto che tra gli uomini e le loro leggi non riesce ad avere. Per lui la natura è una promessa di libertà per la quale paga un caro prezzo. Il cinema è stato un modo per accedere a questo mondo, l’osservazione era un punto di partenza ma non una finalità. Volevo farne parte, imparando il suo linguaggio per dimenticare il mio, per vivere attivamente quel paesaggio, per coinvolgere in maniera attiva le persone che filmavo, non per fare un film su di loro, ma per fare un film con loro”.

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