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Sessa Cilento: la comunità in festa per il Santo Patrono

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Una festa del Santo Patrono diversa da tutte le altre, ma la comunità di Sessa Cilento,  non si è lasciata scoraggiare e si appresta a celebrare Santo Stefano in un grande abbraccio, quest’anno, solo  sacro, e soprattutto con una grande voglia di ripresa.

Il 2020 ci ha costretti a fermarci e a rallentare le nostre vite frenetiche, a riflettere sui valori delle nostre precarie esistenze, ci ha portati a sperare che, al più presto, tutto questo possa essere solo un brutto ricordo e, soprattutto, a ringraziare tutti coloro che non si sono potuti  fermare perché costantemente impegnati a difendere la nostra salute e le nostre vite.

Non vi è dubbio che quella di oggi, sarà una festa inconsueta. D’altronde, questo periodo di pandemia mondiale ci ha abituati a festeggiare gli eventi del 2020 in modo diverso dal solito, distanti fisicamente ma uniti nella voglia di celebrare, non lasciandosi scoraggiare trovando il modo di festeggiare il suo Santo Patrono e condividire, anche se virtualmente,la calorosa solidarietà nei confronti di tutti coloro che quotidianamente combattono questa nuova “guerra”.

Ma perché Santo Stefano, oltre alla canonica festività del 26 Dicembre viene festeggiato anche il 3 Agosto?

Nel 1960, – come riporta Cristina Siccardi di Corrispondenza Romana – sotto il pontificato di Giovanni XXIII, venne soppressa una festività molto importante per la Chiesa: il 3 agosto era ricordato il ritrovamento miracoloso delle spoglie di santo Stefano, un fatto storico e soprannaturale tanto grande da meritare doppia festività liturgica per il protomartire, che fu il primo a testimoniare con il sangue la sua Fede e il suo amore per Cristo, doppia come per san Giovanni Battista, che preparò la strada alla predicazione pubblica di Gesù.

Dimenticare significa non più testimoniare e la testimonianza dei fatti accaduti il 3 agosto del 415 non può non essere tramandata di padre in figlio. Quel giorno, meglio, in quella notte, il sacerdote Luciano del villaggio di Caphargamala, ebbe una visione che registrerà in una lettera poco tempo dopo gli avvenimenti e destinata «alla santa Chiesa ed a tutti i santi che sono in Gesù Cristo, nel mondo intero».

In essa si può leggere la prima delle quattro visioni che precedettero la scoperta. Luciano,su richiesta del prete spagnolo Avito, redasse in greco l’epistola. Avito la tradusse subito in latino per consegnarla ad un suo compatriota, Paolo Orosio, che stava per imbarcarsi per l’Occidente. Tale traduzione è stata per molto tempo pubblicata fra le opere di sant’Agostino. Le numerose versioni greche, una traduzione in lingua siriaca ed altre ancora in armeno, in georgiano… testimoniano l’enorme diffusione del testo originario.

Riportiamo qui lo scritto dello straordinario documento, riguardante la prima visione: «Io mi ero addormentato, al calar della notte, nel mio giaciglio, nel santo luogo del battistero, dove avevo l’abitudine di andare a dormire per custodire gli oggetti utili al ministero. Alla terza ora della notte, caddi in una sorta di estasi, un mezzo sonno, e vidi un vecchio di grandi proporzioni fisiche, prete di grande dignità, coi capelli bianchi, la barba lunga, rivestito di una grande stola bianca ornata da bottoni d’oro con una croce in mezzo. In mano teneva un bastone d’oro.

Mi si avvicinò e, ponendosi alla mia destra, mi toccò col suo bastone d’oro: poi, dopo avermi chiamato per nome tre volte: “Luciano, Luciano, Luciano”, mi disse in greco: “Andate nella città di Aelia, che è Gerusalemme, e dite al santo Vescovo Giovanni queste parole: “Per quanto tempo dovremo rimanere rinchiusi e tarderete ad aprirci le porte? Sotto il vostro episcopato noi dobbiamo essere rivelati. Non tardate ad aprire il sepolcro in cui i nostri resti sono stati deposti senza onori, in modo che, per tramite nostro, Dio, il suo Cristo e lo Spirito Santo aprano la porta della clemenza sul mondo, perché le numerose cadute di cui il mondo è testimone lo mettono ogni giorno in pericolo.

D’altronde, più che di me stesso, io mi preoccupo di quei santi davvero degni di tutti gli onori”. Io gli risposi così: “Chi siete, voi, signore, e chi sono quelli che stanno con voi?”. Così egli mi rispose: “Io sono Gamaliele[Cfr. Atti 5, 34-39 ndr], son colui che ha educato Paolo e gli ha insegnato la Legge di Gerusalemme. Accanto a me, verso Oriente, è sepolto Stefano, che i principi e sacerdoti giudei hanno lapidato a Gerusalemme per la fede di Cristo, fuori della città, presso la porta Nord, sulla strada verso Cedar. In quel luogo, il corpo di Stefano rimase un giorno ed una notte, steso a terra, senza sepoltura, esposto alle bestie feroci, di cui, secondo l’ordine empio dei capi dei sacerdoti, sarebbe dovuto divenire preda. Ma Dio non volle che Stefano subisse quella sorte […].

Ed io, Gamaliele, pieno di pietà per la sorte del ministro di Cristo, […] ho inviato durante la notte gli uomini pii, che abitavano in Gerusalemme, di cui io conoscevo la fede in Cristo, e feci loro tutte le mie raccomandazioni. Diedi loro tutto ciò che serviva e li convinsi a recarsi in segreto sul luogo delsupplizio per portare via il corpo e condurlo, con uno dei miei carri, alla mia casa di campagna chiamata Caphargamala, cioè ‘Casa di campagna di Gamaliele’, a venti miglia dalla città.

Là io feci celebrare i funerali che durarono quaranta giorni e feci deporre il corpo nel sepolcro che mi ero fatto costruire da queste parti, nella capanna situata ad Oriente, e ho fatto dare a questa gente il denaro necessario per sostenere le spese dei funerali”. Ed io, l’umile prete Luciano, rivolsi a Gamaliele questa domanda: “Dove dobbiamo cercare?”. Gamaliele mi rispose: “Nel mezzo del sobborgo”, il che poteva esser detto di un campomolto vicino alla casa di campagna, chiamato Delagabria, cioè campo degli uomini di Dio» (Luciano, Lettera, 3 dicembre 415, cap. XXII).

Il sacerdote Luciano si recò, insieme ad alcuni uomini, quella stessa notte alla tomba indicata dal maestro di san Paolo. Dopo aver scavato trovarono una pietra tombale su cui si leggeva a grandi lettere KEAYEA, CELIEL, ossia servi di Dio, e APAAN, DARDAN, che significa Nicodemo e Gamaliele.

Inoltre, era sepolto Abibon. Fu il Vescovo Giovanni di Gerusalemme a tradurre tali parole al prete Luciano, che lo raggiunse a Diospolis, per riferire gli accadimenti, città dove in quel momento il Vescovo stava presiedendo un Sinodo (20 dicembre 415).Giovanni si recò personalmente, insieme ad altri due vescovi, Eustonio di Sebaste ed Eleuterio di Gerico, nel campo degli uomini di Dio. Quando aprirono il feretro di santo Stefano, racconta Luciano, la terra tremò e tutt’intorno si diffuse un profumo dolce, soave, paradisiaco.

All’evento era presente una moltitudine di persone, molte delle quali malate, che all’istante guarirono. Come già in vita («Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo», Atti6, 8), anche dopo il ritrovamento dei resti mortali e a seguire ci fu, in tutta la cattolicità, un immenso numero di miracoli. Narra Luciano: «Nello stesso istante in cui sentirono questo dolce profumo, settantatré di loro ricuperarono la salute.

Quanto ad altri, i demoni che si erano impadroniti di loro furono cacciati […]. Accaddero molte altre guarigioni che sarebbe per me troppo lungo ricordare dettagliatamente qui. Dopo aver baciato le sante reliquie, richiudemmo il feretro e portammo le reliquie di santo Stefano, cantando salmi ed inni, nella santa chiesa di Sion, dove egli era stato ordinato arcidiacono» (Luciano, Lettera, cap. XXVII).

I Padri della Chiesa hanno profuso insegnamenti eccelsi sulla figura di Stefano, soprattutto perché egli rappresenta il modello per eccellenza di amore per i nemici. L’amicizia di Dio, la filiazione adottiva del Padre hanno questo prezzo, ricorda san Massimo di Torino (Hom. 64 in S. Steph.).

Ma tutti gli apologeti di santo Stefano si trovano concordi sull’affermazione di Massimo: Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Cesario di Arles, Anselmo… «Gesù», predica sant’Agostino, «troneggiava sulla cattedra della sua croce ed insegnava a Stefano la regola della pietà. O buon maestro, tu hai ben parlato, ben insegnato. Guarda: il tuo discepolo prega per i suoi nemici, prega per i suoi carnefici» (Sermone, 315, 8), infatti gridò Stefano poco prima di morire: «Signore, non imputar loro questo peccato» (Atti 7, 60).

Quale sarà la fortuna di questo tema attraverso gli Atti dei Martiri, in cui si vedono i condannati manifestare rispetto e carità per i loro torturatori e assassini! San Tommaso Moro fa riferimento all’esempiodi Stefano allorquando si augura di ritrovare in Paradiso i giudici che lo hanno condannato a morte, così come Paolo, presente sia alla condanna che alla lapidazione, lo ha raggiunto nell’eternità di Dio.

Ciò che accadde la notte del 3 agosto del 415, alla Chiesa, quella che nasconde con vergogna le realtà soprannaturali nell’affannosa ricerca di accondiscendere al mondo, non interessa più. Con l’obiettivo di dialogare con i neopositivisti – denigratori di visioni, apparizioni, fenomeni celesti–con i liberali, con i comunisti, con i radicali… ovvero con i «lontani»,come li definiva Paolo VI (che prima di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II la Chiesa aveva sempre chiamato «nemici»), la Chiesa si è allontanata da se stessa, dimentica ormai del suo immenso e potente Patrimonio, un patrimonio di bene, di bellezza, di verità destinato universalmente a ciascuno.

Il lungo discorso che tenne Stefano (Atti 7, 1-53) di fronte al Sinedrio che lo condannò, come aveva condannato Gesù, rivela il suo magistrale eloquio e la sua granitica Fede, i cui contenuti fanno tremare i polsi per la loro attualità: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli non l’avete osservata» (Atti 7, 51-53).

Il 3 agosto ricordiamo di nuovo ciò che accadde al campo degli uomini di Dio e nel farlo preghiamo Santo Stefano per i nemici esterni ed interni alla Chiesa.

(Fonte notizie storiche: Cristina Siccardi di Corrispondenza Romana)

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